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fprodigo3 aprile 2017 - Le parole giuste le trova il direttore del carcere di Opera Giacinto Siciliano quando sale sul palco per ringraziare attori e pubblico. «Questi uomini sono beni confiscati alla mafia». Al suo fianco ci sono una ventina di detenuti con indosso abiti di scena e la regista Isabella Biffi della compagnia «Eventi di valore».

È stata lei a insegnare a questi detenuti a ballare, recitare, cantare. E solo in questo momento, quando il sipario cala e attori e ballerine si tengono per mano, e sul palco salgono gli agenti della polizia penitenziaria, ci si accorge che davvero quei venti ragazzi sono l’espressione di un piccolo miracolo. Sono tutti detenuti in regime di alta sicurezza, sono ex affiliati alla ‘ndrangheta, a Cosa nostra, alla camorra. Alcuni di loro hanno ucciso, molti stanno scontando l’ergastolo.

Nel teatro del carcere di Opera è andata in scena la seconda serata del musical «Il figliol prodigo» che partendo dalla parabola narrata nel Vangelo di Luca attualizza e affronta il tema del perdono. A fare da cornice al racconto ambientato in Palestina, l’immagine di un detenuto che riceve la visita in cella del padre e del fratello.
C’è il tema dell’incontro con Dio, ma anche quello del perdono umano che non può mancare anche di fronte ai gesti più efferati. E l’idea di lavorare solo con detenuti di alta sicurezza simboleggia proprio come anche il carcere stia faticosamente tentando di entrare nel terzo millennio.
Se è vero che Bollate rappresenta un modello a livello internazionale, e San Vittore, nonostante le difficoltà legate al fatto di essere una casa circondariale con pochissimi reclusi «definitivi», ha mutato la sua nomea ormai legata solo alle canzoni della mala, il carcere di Opera è noto soprattutto per ospitare o aver ospitato i principali capi mafia e i criminali più pericolosi. Ma è ormai una realtà dove tutti o quasi i detenuti (soprattutto grazie alle associazioni di volontariato e di lavoro dietro le sbarre) riescono a partecipare a progetti realmente rieducativi.
Merito del direttore Siciliano, ma anche di un provveditore alle carceri «illuminato» come Luigi Pagano e di un presidente del Tribunale di sorveglianza come Giovanna Di Rosa che ha sempre incentivato queste iniziative.
Così la compagnia di attori di Opera ha potuto girare l’Italia per presentare i suoi spettacoli (prossima data il 7 aprile a Limbiate), salire sul palco dell’Ariston al Festival di Sanremo o recitare a Roma davanti a papa Francesco, che li ha applauditi. «Crediamo fortemente in questi progetti — racconta il direttore —. Certamente sono necessari sforzi importanti da parte di tutta la struttura del carcere, a partire dagli agenti della penitenziaria, ma l’entusiasmo certo non è mai mancato».
In sala ci sono i parenti dei detenuti e molti cittadini che hanno la possibilità per una sera di entrare a Opera e toccare con mano cosa sia davvero il carcere. «Il 21 marzo con i ragazzi di Libera abbiamo recitato i nomi di tutte le vittime di mafia. A scandire l’elenco c’erano 150 detenuti, molti avevano commesso reati di criminalità organizzata. È stato davvero un momento toccante. Lo Stato vince la mafia se riesce a creare un’alternativa credibile per queste persone». www.corriere.it (di Cesare Giuzzi )

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