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27 dicembre 2017 -istantanea 001 Lettere aperta di Luca Di Tommaso responsabile del laboratorio teatrale che si è appena concluso in uno dei reparti alta sicurezza del carcere di Secondigliano. Luca Di Tommaso  ha sentito il desiderio ed il bisogno di scrivere una lettera di saluto a coloro che hanno partecipato all'esperienza. Una lettera che rstituisce a tutti il senso profondo del lavoro che viene fatto negli Istituti.


 Il laboratorio, conclusosi con uno spettacolo rappresentato ai familiari, ha rappresentato un percorso di grande crescita personale e di gruppo;ha costituito un’occasione per provare a mettere in discussione stile e scelte di vita ed è stato lo spunto per suggestioni su alternative “legali” ed attraenti e creative.
Nel pieno rispetto delle individualità di ognuno, il laboratorio è stato condotto con grandissima professionalità, passione e si è messo in scena un lavoro molto interessante e commovente, con grandi spunti di riflessione per tutti. E' stato portato avanti da :Luca Di Tommaso, Monica Pinto e Guido Primicile Carafa.

LETTERA APERTA AI DETENUTI DEL CARCERE DI SECONDIGLIANO

Cari amici, anzi... cari fratelli,
così mi sento di chiamarvi in questo giorno per me così importante: oggi si conclude il laboratorio teatrale IO HO UN SOGNO, che andava avanti da più di due mesi nel reparto di alta sicurezza del Carcere di Secondigliano, nel quale ho avuto la fortuna di incontrarvi.
Siete stati miei allievi di teatro, ma quante volte durante questo percorso mi sono sentito io il vostro allievo? Quante volte mi è venuto da ridere, e non ho potuto farvelo vedere, pechè stavo lì a insegnarvi delle tecniche teatrali, quando poco dopo o poco prima mi insgnavate voi stessi la teatralità della vita e della strada... Quella napolanità che avete assorbito fin dentro al vostro sangue, fin dentro l'ultimo angolo delle vostre ossa, della vostra carne, prorompeva da voi in racconti, confidenze, confessioni...
Mi sono trovato ad essere, insieme a Monica Pinto e Guido Primicile Carafa, vostro ascoltatore, vostro confidente, vostro spettatore, prima ancora che vostra guida. Se ascoltaste questa lettera dalla mia voce, non credereste alle mie parole, la credereste retorica, ma tutta la vita che voi avete vissuto e vivete è lontana mille anni luce dalle mie esperienze borghesi, artistiche e non. Questa vostra vita, questa sì, mi guida, come persona e come artista, alla scoperta di una nuova teatralità, di un nuovo ascolto degli eventi, di una nuova disponibilità alla bellezza.

Sono stato in Russia a recitare IL RE RIDE, uno spettacolo che vi abbiamo presentato in carcere e sul quale avete avuto, nel dibattito, parole immensamente sagge, seppur impacciate. Sapete che con quello spettacolo abbiamo portato a casa dei riconoscimenti importanti. Ma non sapete, e non vi dirò mai abbastanza, che soltanto grazie a voi ho saputo recitarlo con un'energia eccezionale, e senza autocompiacimento. Non sapete che se in Russia, la patria dei maestri del teatro del Novecento, hanno visto in me e nei miei compagni di scena Francesco Campanile e Giorgio Pinto un talento da premiare, questo talento è stato infiammato dall'incontro con voi, dalle esperienze che vi ho letto negli occhi e che vi ho rubato, per trasfigurarle sulla scena di un teatro lontano, di fronte a centinaia di persone che non vi conoscevano, ma che in realtà ora vi conoscono, perchè le avete toccate, colpite, trafitte, attraverso la storia di un fratricidio riscritta dal grande cuore di Luisa Guarro e incarnate nei nostri corpi, nelle nostre voci, nelle nostre anime.

Vi voglio ringraziare perchè ci avete regalato i vostri scritti, i vostri aneddoti, la vostra simpatia, i vostri sogni. Più procedevamo con gli incontri, più i vostri occhi si aprivano a noi, più ci era concesso il dono di leggervi i segreti di un'intimità poco prima posta al riparo da sguardi pregiudicanti.
Se io Monica e Guido abbiamo avuto un merito, una capacità, non è stata quella di guidarvi alla costruzione del bellissimo spettacolo che stamattina avete recitato di fronte alle vostre famiglie, mogli, figli, sorelle, madri, padri, tutti commossi. La nostra capacità è stata quella di farci trovare pronti all'ascolto, aperti al vostro sguardo, senza giudizi. Siamo entrati dentro il carcere chiedendoci chi avremmo incontrato: assassini? camorristi? ladri? truffatori?... Ci chiedevamo se saremmo stati capaci di tenere lontano dai nostri pensieri queste parole che non ci competevano. Il carcere è il luogo del giudizio per eccellenza, o meglio, è il luogo dove il giudizio conduce. In carcere si è stati giudicati, proprio per questo ci si trova lì dentro: non fosse stato per un giudizio, non ci si troverebbe. Non so se possa esistere una società senza giudizi, senza istituzioni giudicanti, infondo un ordine sociale come sarebbe mai possibile senza commisurare le pene alle colpe? Non lo so, ma non spettava a noi ricoprire questo ruolo, formulare queste riflessioni. Volevamo solo dare un'altra possibilità a persone che da un giudizio erano state inchiodate per anni, in certi casi per tutta la vita, ma soprattutto volevamo dare una possibilità a noi stessi, di incontrare altri esseri umani, a dispetto di tutto. Questa era la sfida: attraverso il teatro, cogliere l'umanità dietro le etichette. Ma saremmo stati in grado di guardarvi con occhi puri, senza presumere in voi quella colpevolezza che vi ha condotti lì dentro? Pensavamo di doverci sforzare, e ne eravamo preoccupati... ma non è stato difficile! Quell'umanità che si nasconde dietro ogni giudizio, siete stati innanzitutto voi a coglierla in noi, al contempo invitandoci a scoprire la vostra.
Il carcere è stato il luogo paradossalmente protetto in cui questo incontro di umanità è stato reso possibile. Non è stato difficile per voi aprirvi, denudarvi, mettervi in gioco, forse perchè non avevate niente da perdere se non la noia, o delle abitudini comportamentali alle quali, evidentemente, non siete per nulla affezionati. O forse perchè eravate mossi da una voglia di riscatto che per un borghese come me è possibile soltanto immaginare.

Vi ringrazio per averci accolti e fatto sentire a casa dietro le sbarre. Per averci insegnato che il dentro e il fuori sono due facce di una stessa medaglia, maglie di una stessa rete di possibilità. Noi avremmo potuto essere al vostro posto e voi al nostro. Nessuno di noi è in grado di decifrare le combinazioni degli eventi che hanno portato noi di qua e voi di là. All'origine, abbiamo succhiato lo stesso latte dallo stesso seno.
Veniamo dalla stessa polvere, siamo la stessa carne.
Vi ringrazio per averci insegnato l'energia delle vostre improvvisazioni teatrali. Quella spontaneità che riempiva di contenuti sorprendenti le vostre parole e i vostri gesti, evocando fantasmi, presenze, assenze, personaggi.
Vi ringrazio per averci rieducato alla lingua madre a cui tutti noi apparteniamo, il napoletano, che qualcuno più borghese come me ha avuto la sfortuna di non masticare come pane quotidiano sin da piccolo.
Vi ringrazio per avermi confidato le vostre storie di fragilità e disagio, raccontato dei vostri figli, nonni, nipoti, di voi stessi bambini, delle vostre scuole, dei vostri collegi, delle vostre famiglie difficili.
Ringrazio infinitamente mia moglie Monica e il mio amico Guido pe aver condiviso con me e con voi questo progetto, questi vostri sogni, queste vostre vite. Abbiamo vibrato insieme raccontandoci degli incontri con voi, quando uno di noi non c'era. Abbiamo riso e pianto insieme a voi, concepito insieme questo spettacolo una sera in una bellissima cena alla quale eravate ospiti assenti, e poi abbiamo condiviso lo stesso pubblico dei vostri cari, che sono stati anche i nostri cari, per un'ora.
Ringrazio sinceramente tutta la Polizia penitenziaria carcere di Secondigliano, gli educatori e i direttori, che hanno permesso alla nostra associazione P.E.R.SUD di svolgere il progetto al meglio, e a voi detenuti di esprimervi in serenità.
Con tutto il cuore, attraverso tutti voi, Armando, Bruno, Ciro, Domenico, Erminio, Gaetano, Gennaro, Giovanni, Giuseppe, Luigi, Luigi, Marco, Mariano, Mauro, Rosario, Salvatore, Sergio,     Umberto, ringrazio la vita che ci ha fatto incontrare, e che ci ha dato questa possibilità di riscoperta.
Vi voglio bene,
Luca Di Tommaso



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