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Gli Ordini dei giornalisti di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto hanno elaborato una “Carta del carcere e della pena” che raccoglie alcune regole fondamentali per raccontare il sistema detentivo.
La “Carta del carcere e della pena” è stata elaborata dagli Ordini dei giornalisti della Lombardia, dell’Emilia Romagna e del Veneto, con l’appoggio delle associazioni legate al mondo del carcere e dei periodici carcerari “Carte Bollate” e “Ristretti Orizzonti”. La “Carta” è stata presentata il 10 settembre scorso nella sede di Palazzo Marino a Milano di fronte al sindaco del capoluogo lombardo, Giuliano Pisapia, al Presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, al direttore del carcere di Bollate, Massimo Parisi, e ad esponenti del mondo dell’informazione.
La “Carta” si fonda sull’affermazione di due principi cardine:
• Non è ammessa (neanche per i giornalisti) l’ignoranza della legge. I giornalisti dimostrano infatti spesso di non conoscere quelle leggi che consentono a un detenuto di accedere a benefici e misure alternative. Leggi che non mettono in discussione la certezza della pena, in quanto le misure alternative non sono equivalenti alla libertà, ma sono una modalità di esecuzione della pena stessa. Spessissimo invece vengono utilizzati termini sbagliati nei casi in cui un detenuto usufruisce di misure alternative al carcere o di benefici penitenziari. Questa informazione errata solleva un ingiustificato allarme sociale e rende più difficile un percorso di reinserimento che invece è oggetto di uno stretto controllo.
• Diritto all’oblio. Una volta scontata la pena, l’ex-detenuto che cerca di ritrovare un posto nella società, non può essere senza significativi motivi esposto all’attenzione dei media (ad eccezione di fatti di cronaca eclatanti per i quali l’interesse pubblico non viene mai meno). La stampa, invece, continua a ricordare il passato ai vicini di casa, al datore di lavoro, ai compagni di scuola dei figli. Un problema che si pone anche per la rete web, dove è compito dei gestori di siti tenere aggiornati i dati su persone e vicende in modo da non bollare per sempre la vita di una persona.
Nella Carta è riconosciuto anche l’obbligo di usare una terminologia appropriata per riferirsi alle figure che operano all’interno del carcere, in primo luogo agli agenti di Polizia Penitenziaria, ancora frequentemente definiti “secondini” o “guardie”.
La Carta è inoltre il primo passo per arrivare all’approvazione di un codice a livello nazionale che regoli i rapporti tra media e mondo carcerario.
Tra i curatori della Carta, anche Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale, che ha affermato: “il bene fondamentale da tutelare è la dignità delle persone”, osservando come l’informazione abbia una grande responsabilità per evitare di scatenare “sentimenti collettivi incontrollati” in quanto non solo riflette ma orienta l’opinione pubblica.

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