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Condivisione è la parola d’ordine e l’obiettivo è un contatto maggiore con il territorio. Sono questi i punti sui quali, nella casa circondariale di Pavia, si fa perno per creare e sviluppare programmi trattamentali in grado di recuperare i soggetti privati della libertà.

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I detenuti di Bari impegnati in un progetto per ripulire il litorale pugliese
a cura della Redazione

Detenuti impegnati nella pulizia del litorale di Trani. È questo il cuore del progetto che il circolo Legambiente di Trani ha avviato ormai da anni con la casa circondariale di Bari. Nel mese di maggio, dal 2005 all’anno in corso, si ripete la manifestazione “Spiagge e fondali puliti” con il

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Diario di un’esperienza multiprofessionale per affidati in prova al servizio sociale effettuata di Laura Claps (esperto ex art. 80 e psicologa Mare Aperto) con il supporto degli assistenti sociali UEPE di Potenza e Matera
di Laura Claps

MARE APERTO, ovvero: “Migliorare le Attività di REinserimento degli Affidati PER Trasmettere Opportunità”.

Questo il titolo del progetto realizzato negli anni 2010 e 2011 presso gli UEPE di tutta Italia con l’intento di rinforzare il potenziale operativo degli Uffici locali, finalizzandone più direttamente

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Un progetto per i più giovani nato per contrastare l’illegalità in una delle regioni più a rischio, la Sicilia
di Silvia Baldassarre

Il nome del progetto siciliano, nato per contrastare l’illegalità, è emblematico: c’è chi dice no. Ma no a che cosa? Al bullismo, alla dispersione scolastica, al lavoro minorile, alla violenza negli stadi, all’estorsione, alla droga, alla mafia. Una regione intera, la Sicilia, si schiera a favore dei

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Il carcere femminile della provincia afgana è stato realizzato dal Provincial Reconstruction Team italiano
di Luca Manzi

Alcune storie non si dimenticano. Come quella di Sabar, 28 anni, che racconta di essersi ubriacata una sera durante una festa a casa sua e di essere stata condannata a due anni di

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Grande successo di pubblico per il documentario andato in onda su RaiTre e girato all’internodelle carceri italiane
di Luca Manzi Servizio fotografico di Natascia Palmieri, Clipper Media

Due mesi di riprese dal Nord al Sud della Penisola per raccontare il carcere attraverso gli occhi e le parole di chi la detenzione la vive sulla pelle, dai detenuti fino agli agenti e a tutto il personale penitenziario. È stato anche questo “Fratelli e sorelle. Storie di carcere”, il programma-documentario prodotto da Clippermedia (in collaborazione con RaiCinema e Raiteche) andato in onda su RaiTre in due puntate il 28 maggio e il 4 giugno. Per realizzarlo la troupe guidata dalla regista Barbara Cupisti ha visitato gli istituti di Trento, Trieste, Torino, Padova, Milano, Rebibbia, Napoli Secondigliano e Poggioreale, Pozzuoli e Terni. Il tutto è nato con un’idea partorita nel dicembre scorso quando, nel corso della sua visita a Rebibbia, Papa Benedetto XVI disse: “se avessi tempo mi piacerebbe ascoltare la storia di ciascuno di voi”.

“Quella frase ha acceso una lampadina – racconta oggi la regista – e mi ha convinto che c’era una realtà ancora per molti versi inesplorata tutta da raccontare”. Così è nato il progetto, sposato da Dap (che lo ha sostenuto fin dall’inizio favorendo l’ingresso negli istituti e aprendo ai giornalisti i segreti della vita penitenziaria), e dal Direttore Generale della Rai, Lorenza Lei, che lo presentò al Ministro della Giustizia, Paola Severino.

Un impegno corale, quindi, e trasversale che ha interessato le istituzioni insieme al mondo dei media e dell’informazione e si è concluso con un prodotto, non solo educativo, ma anche capace di attrarre l’interesse degli spettatori. “La Rai – ha commentato Lorenza Lei dopo l’andata in onda del programma – ha scritto una importante pagina di servizio pubblico occupandosi di una realtà difficile e problematica come quella delle carceri italiane”.

“Il successo del documentario – ha commentato il Direttore Generale della Rai – conferma l’interesse del Paese reale alle tematiche sociali più urgenti. Abbiamo voluto misurarci su un terreno nuovo, complesso, per alcuni aspetti inesplorato. Ma siamo orgogliosi di averlo fatto, raccontando le storie, il dolore, la vita delle donne e degli uomini che popolano i nostri istituti penitenziari”.

Anche il direttore di RaiTre, Antonio Di Bella, ha commentato con soddisfazione il successo di “Fratelli e sorelle” affermando: “RaiTre è orgogliosa di illuminare una realtà spesso negletta come quella delle carceri”.

Ma il faro che ha acceso i volti dei protagonisti di queste storie è stato quello della troupe che ha lavorato due mesi nel progetto, dal mese di febbraio fino a fine marzo negli istituti penitenziari, e poi il resto passato in sala di montaggio.

“Entrambe le puntate – racconta la regista Barbara Cupisti – partono con un messaggio del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sul dramma del sovraffollamento. Le sue parole sono state un punto fermo per iniziare a raccontare questa realtà che colpisce in egual modo detenuti e agenti”.

“Raccontavano gli agenti della Polizia Penitenziaria – prosegue –: più loro stanno male, più stiamo male noi”.

Sì, perché nel panorama delle carceri italiane dove il 43% dei detenuti è in attesa di giudizio, i reclusi sono circa 67mila rispetto a una capienza regolamentare di 47mila unità e l’organico della Polizia Penitenziaria è carente di circa 7mila unità, il male di uno è il male di tutti.

“Il documentario – commenta il direttore della casa circondariale di Trieste, Enrico Sbriglia – è una delle testimonianze più aggiornate e sincere del sistema penitenziario italiano. Oltre ai detenuti, anche gli operatori penitenziari hanno raccontato il loro difficile lavoro, in un mondo che in pochi nella società libera conoscono, ma di cui tanti parlano con preoccupante superficialità”.

Il mondo raccontato da “Fratelli e sorelle. Storie di carcere” è una realtà differente da quella impressa nell’immaginario collettivo. È un orizzonte fatto di uomini e donne alla disperata ricerca di un modo per cambiare la loro vita, di giovani pieni di rimorsi per quello che hanno fatto, ma anche di individui che accettano la pena come lo scotto da pagare per una vita alla quale non avrebbero mai rinunciato. Sono tanti volti e tante storie che si alternano di fronte alla macchina da presa e concorrono insieme a raccontare le due anime del sistema penitenziario: da un lato la situazione drammatica dovuta al sovraffollamento e alla mancanza di fondi pubblici, dall’altro però il carcere possibile, quello del lavoro, dello studio, del recupero sociale dell’individuo e, perché no, della redenzione.

C’è quindi chi studia, prende la laurea o anche solo il diploma di scuola media, e ci sono i condannati all’ergastolo che hanno trovano una via di fuga alla detenzione in un piccolo campo da coltivare. “L’attività fisica, sportiva, lavorativa, culturale – spiegano i detenuti intervistati – è fondamentale per tenere la testa impegnata e non affogare nel dramma della restrizione in cella”.

La narrazione segue questo filo invisibile che tocca i temi del trattamento fino a raccontare il carcere come un fenomeno unico di multiculturalismo. E proprio la parte finale del documentario, che prende avvio dalla palestra di pugilato aperta a Le Vallette di Torino, è un omaggio alle tante etnie differenti che abitano il carcere. “Qui dentro siamo tutti uguali”, racconta uno dei pugili rumeni intervistati. E da qui anche la professione dei culti, da quello cristiano a quello musulmano, l’integrazione, ma anche la comprensione da parte degli operatori delle esigenze che le varie religioni richiedono, divengono un elemento comune a tutte le realtà penitenziarie che ricade spesso sulle spalle e sulle volontà degli agenti.

“Per quello che ho potuto toccare con mano – racconta Barbara Cupisti – gli agenti vivono il loro lavoro non solo con umanità, ma anche con una inaspettata condivisione del dolore. Si rendono conto per primi delle condizioni di vita dei detenuti perché le toccano con mano giorno dopo giorno. E spesso sono chiamati ad assumersi responsabilità che non gli spetterebbero”.

Sono loro i  primi a prendersi sulle spalle le storie degli ultimi, le vicende di chi racconta di essere finito in carcere per aver rubato 400 grammi di carne, oppure di chi ammette di aver passato la maggior parte della sua vita dietro le sbarre e lamenta solo di non avere tempo per veder crescere la figlia.

“Il Natale è il giorno più duro – racconta un detenuto – perché senti ancora di più la lontananza della tua famiglia, e cerchi di stringerti agli altri per non affondare”.

Deciso a rispettare il dovere della trasparenza, il documentario non ha esitato a rivelare anche i lati oscuri del mondo penitenziario, non solo quelli già detti legati alla carenza di fondi e personale, ma si è soffermato sulle criticità di vita dei detenuti, l’uso massiccio di psicofarmaci per “distrarsi” dalla quotidianità, la noia che mangia le speranze, i traumi interiori di fronte allo sradicamento totale dal mondo esterno che passa spesso per l’oblio delle famiglie.

Dentro questo coacervo di passioni e repressioni che è il carcere c’è però spazio per l’umanità e la redenzione. La stessa redenzione che vive nelle parole di un giovane detenuto, recidivo e

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Intervista al direttore di “Panorama” Giorgio Mulè sui temi dell’attualità giudiziaria e sul ruolo dei media nel raccontare il mondo del carcere
di Daniele Autieri

Fare il giornalista in Sicilia significa intrecciare i chiaroscuri della cronaca con le grandi inchieste sulla mafia. Un’opera complessa in cui il carcere diviene necessariamente interlocutore

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Cosa è cambiato a quattro anni dall’entrata in vigore del decreto che ha attuato il passaggio della medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale
di Antonella Barone in collaborazione con Paola Montesanti*

L’inizio della riforma della medicina penitenziaria ha una data certa e lontana, il 30 novembre 1998, la stessa della legge n. 419 che stabilì il trasferimento dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale di tutte le funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse

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Monsignor Giorgio Caniato, dopo 14 anni, ha lasciato il posto di Ispettore generale dei cappellani penitenziari
a cura della Redazione

Dopo 56 anni trascorsi nei penitenziari italiani, come Cappellano prima e come Ispettore generale poi, monsignor Giorgio Caniato ha lasciato il suo posto alla veneranda età di 83 anni.

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