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Testimonianza del cappellano don Antonio Biancotto
    
«Unisco il mio lavoro di cappellano all’interno dell’istituto con quello di parroco, il che mi consente di trasfondere le esperienze da un mondo all’altro, per così dire, a beneficio di entrambi i miei “lavori” – dichiara don Antonio Biancotto -. Da anni gruppi di giovani volontari vengono in visita almeno una volta al mese, animando l’Eucarestia e poi fermandosi a parlare con i detenuti. Si tratta di un momento importante per tutti: per i ragazzi, perché vivono il Vangelo in modo più concreto e comprendono che esso agisce davvero per il recupero integrale dell’uomo. I detenuti si sentono meno isolati e giudicati, e riscoprono il Vangelo quale strumento di perdono e di redenzione. Di redenzione, d’altra parte, abbiamo bisogno tutti.
La richiesta più frequente che mi arriva è quella di essere ascoltati; poi, naturalmente, ci sono quelle che riguardano la quotidianità più spicciola: la possibilità, per mio tramite, di far arrivare notizie ai parenti ed amici, di avere indumenti, o qualche genere di prima necessità…. Ma prima di ogni altra cosa, proprio la richiesta di riannodare il filo dei rapporti con la famiglia. Sottolineo che, negli ultimi tempi, è aumentata la presenza di extracomunitari tra i detenuti, in maggioranza di religione musulmana. Con loro, in genere, il rapporto è buono, non costituisce molte difficoltà, se non per via della lingua. Qualcuno chiede addirittura di poter partecipare ai gruppi di ascolto del Vangelo! Voglio però sottolineare che io mi sento il cappellano di tutti, quindi anche degli agenti. Un rapporto non semplicissimo, per via dei turni di lavoro e per la natura stessa dei loro compiti, che non lascia molto spazio libero, ma cerco di essere sempre disponibile. Organizziamo corsi di preparazione per il matrimonio, ho celebrato io stesso un matrimonio tra agenti. Poi ci sono momenti più ricreativi: le partite di calcetto, ad esempio. Del resto, gli agenti stessi mi forniscono un aiuto prezioso, segnalandomi i casi più urgenti, sotto il profilo umano. Anzi, proprio su questa collaborazione bisogna puntare, nel futuro, perché sia sempre più stretta e vi sia un aumento di sensibilizzazione, in tal senso, visto che il fine comune è il recupero del detenuto. Ricordando che la linea di confine tra chi cade nella colpa e chi non vi cade è molto sottile. Tutti possiamo sbagliare, tutti abbiamo diritto ad una possibilità di cambiamento, di conversione».

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Incontro con Salvatore Zafarana, presidente del GAVAC
    
Salvatore Zafarana è da trent’anni presidente del G.A.V.A.C. (Gruppo Assistenti Volontari Animatori Carcerari) e può contare su circa 60 volontari: «Siamo impegnati in due settori, sia all’interno che all’esterno del carcere. All’interno facciamo quello che riteniamo fondamentale, i colloqui di risocializzazione, ma ci occupiamo anche della scuola media superiore, grazie al contributo di un gruppo di insegnanti. L’anno scorso abbiamo avuto un diplomato e due con ammissione al quarto anno. Ci occupiamo anche di corsi di formazione. Io che ho una certa manualità nel lavorare il cuoio, insegno la lavorazione artistica del cuoio, un corso molto seguito che ha dato buoni frutti. Alcuni prodotti realizzati dai detenuti sono stati inviati al Bazar di Porto Azzurro e commercializzati. Abbiamo molti aiuti poi da parte del cappellano e del vescovo di Viterbo, che destinandoci parte dell’8 per mille, ci permettono di venire incontro a tante necessità materiali, soprattutto dei più poveri. I risultati sono lusinghieri. All’esterno, poi, abbiamo costituito una casa di accoglienza, dove riceviamo sia i familiari che vengono per i colloqui, sia i detenuti in permesso premio. L’alloggio ci è stato messo a disposizione dal Comune, assieme al sostegno per i servizi. La casa può ospitare sei persone. Di recente ho assistito, proprio in questa casa di accoglienza, all’incontro di un detenuto con la figlia di sei anni che non aveva mai potuto vedere prima, perché la madre non aveva mai voluto portarla prima in carcere. Poi all’esterno ci occupiamo anche di accompagnamenti dei detenuti in permesso, e possiamo contare su una cooperativa sociale, di cui fanno parte 6 detenuti e 3 nostri volontari, che si occupa dell’attività agricola. Anche qui il Comune ci è venuto incontro, dandoci in uso gratuito quattro ettari di terreno su cui si trova anche un vecchio caseggiato, che abbiamo sistemato. Oltre alle attività agricole, quest’anno daremo inizio anche all’allevamento dei conigli».
    

     
  

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Da Biella a Saluzzo, passando per Torino, sono moltissimi i progetti per il trattamento e il recupero dei sex offender
di Cristina Bergamini e Matilde Chareun

Si chiama “Face to face” il progetto di coordinamento regionale, costituito presso il Prap della regione Piemonte, che prevede un tavolo di lavoro permanente per mettere in rete uffici ed equipe che, a vari livelli, affrontano i problemi connessi ai reati dei sex offender. A ispirare l’iniziativa la volontà di “guardare in faccia” i problemi connessi alla spirale di violenza relazionale e sessuale che riguarda gli autori di tali reati, insieme al bisogno di confronto e formazione degli operatori.
Sono cinque gli istituti interessati che, con specifici progetti, lavorano con le persone condannate per reati a sfondo sessuale. Dal 2003 è attivo il “Progetto Azzurro” presso la C.C. di Biella dove sono ristretti circa 100 detenuti per reati di violenza sessuale, prevalentemente intrafamiliare. Divisi in due semisezioni di cui una accoglie coloro che hanno aderito al patto trattamentale e l’altra quelli appena giunti o ancora indecisi sull’adesione. Alla luce del crescente numero di condannati per reati a sfondo sessuale, gli operatori della Casa Circondariale e dell’Uepe di Torino, nel 2006, hanno realizzato con il Gruppo Abele la stesura di un primo progetto, “Oltre l’ombra”, proseguito con i progetti “Spiragli 1” e “Spiragli 2”, tuttora in corso.
Sia il progetto di Biella che quello di Torino hanno tra i punti di forza la costituzione di un’equipe che vede la presenza di operatori penitenziari e di enti esterni, la cura della dimensione organizzativa e della supervisione e l’aver adottato, nei confronti degli autori di reato, oltre alla presa in carico individuale, la metodologia del lavoro in gruppo. Da evidenziare l’introduzione nel progetto Spiragli di professionisti specializzati in etnopsichiatria per i numerosi detenuti stranieri presenti presso la Casa Circondariale di Torino.
Nel 2010 anche negli istituti di Verbania, Vercelli e Saluzzo sono stati predisposti progetti ad hoc per la specifica categoria di detenuti. La Casa Circondariale di Verbania ha realizzato il “Progetto Eco”, individuando nell’Asl il partner competente. La Casa Circondariale di Vercelli ha invece accolto il progetto “Oltre il muro” presentato dall’Istituto SISPS (Società Italiana di Sessuologia Clinica e Psicopatologia Sessuale) che ha, tra i punti di forza, la valutazione dei fattori di rischio di recidiva dei detenuti di nazionalità italiana, attraverso l’utilizzo di specifici test. Infine, la Casa di Reclusione di Saluzzo che, dopo aver avviato un percorso formativo rivolto alle varie figure professionali, in collaborazione con il Gruppo Abele ha elaborato un progetto trattamentale più strutturato e idoneo alla situazione contingente dell’Istituto. Elemento comune a tutti i progetti è il positivo coinvolgimento di tutti i profili professionali in ogni fase del processo avviato: progettuale, formativa, operativa e di verifica in itinere.
In una giornata/studio, organizzata nell’autunno scorso a Torino, gli operatori dei diversi progetti hanno avuto modo di confrontarsi concretamente sui nodi problematici e le strategie per superarli, la prevenzione e la rielaborazione del reato. Inoltre, i referenti scientifici dei progetti hanno affrontato gli aspetti maggiormente complessi. Sulla negazione del reato, che è riscontrabile nell’80% dei casi, è emerso come in generale non sia considerato un impedimento all’accesso al trattamento in quanto permette di salvaguardare un’immagine di sé socialmente accettabile, e di non essere sovrastati dall’angoscia del riconoscimento del proprio agito. Il percorso proposto passa dalla costruzione di un contesto di ascolto, di fiducia e di accoglienza, seppur non ingenua (“lui sa che io operatore conosco la sentenza”) della versione dei fatti fornita dal reo. Le strategie per far acquisire consapevolezza sono varie e alcune cercano di mettere in luce la percezione che il detenuto ha del rischio di recidiva all’inizio del percorso, per poi confrontarla con la percezione finale dello stesso rischio. Se la percezione del rischio aumenta, è probabile che il reo riconosca un suo ruolo nel reato e divenga disponibile a trovare dei correttivi al suo comportamento. La prevenzione della recidiva non sempre è collegata allo smantellamento della negazione: molte volte conta di più fornire nuove modalità di comunicazione, nell’ambito dei gruppi, e accompagnare nel riconoscimento dei fattori protettivi e difensivi di sé, al fine di individuare strategie personali di evitamento della condotta recidivante.
Altra domanda sentita come “urgente” dagli operatori è quella relativa all’individuazione degli indicatori di una rielaborazione avviata.
Tra gli indicatori di un processo avviato ci sono la fedeltà alle attività del progetto, l’espressione di empatia verso la vittima e la sofferenza ad essa inflitta, l’accettazione nell’individuare le circostanze a rischio per evitarle (siti web, contesti simili allo scenario del reato, riviste, ecc). Altri indicatori sono la disponibilità da parte del reo ad accedere alla problematica sottostante il reato, soprattutto quando è connotato dalla compulsività; la disponibilità a continuare il trattamento presso i servizi del territorio anche dopo il fine pena; la sofferenza emersa che dimostra come l’ingaggio non sia solo intellettuale, ma tocchi emozioni e sentimenti profondi.
Sul versante degli operatori è emerso il bisogno di tutela. L’esposizione ai vissuti emotivi degli autori di reato a sfondo sessuale deve prevedere una serie di azioni che tutelino l’operatore. Il lavoro d’equipe e la circolazione delle informazioni tra i suoi componenti sono una garanzia perché nessuno si senta solo, consentendo un confronto anche sulle difficoltà personali. Ma anche consentire la libera scelta agli operatori di lavorare o meno con i sex offender, trovare sostegno da parte dell’istituzione e della sua direzione e la costruzione di una solida rete territoriale in grado di dare continuità al lavoro coi detenuti dimessi. Infine la supervisione costante del lavoro con il compito di “tenere la barra”, ma anche di sapere modificare la rotta a fronte dell’apprendimento dall’esperienza, consentendo di imparare dagli errori al fine di correggerli. Nel contempo la supervisione garantisce un livello più alto di professionalità, salvaguardando la salute mentale degli operatori ed evitando il rischio del burn out.

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Intervista a Piero Sartogo, architetto, urbanista, designer tra i più famosi in Italia e all’estero
di Paola Celesti

Ha collaborato con Walter Gropius, il fondatore della Bauhaus, e con Kenzo Tange a Tokyo; ha attraversato la cultura architettonica contemporanea, spaziando dalla grande progettazione urbana al design, interpretando, spesso anticipando le tendenze artistiche del secolo. Le sue architetture sono pezzi unici inscindibili dal contesto, all’avanguardia per le tecnologie utilizzate sia nella progettazione che nella realizzazione e con un grande rispetto per l’ambiente. Per tutto questo e altro ancora Piero Sartogo è sicuramente uno dei massimi esponenti dell’architettura contemporanea. Romano di nascita, Sartogo è stato anche impegnato come docente in diversi periodi alla Facoltà di Architettura di Roma e, come “Visiting Professor”, presso la University of Virginia, la Cornell University, la University of Pensylvania, la University of California, la Columbia University.
Professor Sartogo, come è cambiato, secondo lei, il volto delle nostre città nel corso degli ultimi centocinquant’anni?
“Non c’è dubbio che le nostre città siano notevolmente cambiate, in quanto intorno ai centri storici consolidati sono cresciuti nel tempo, con successivi espansioni periferiche, modelli edificatori che progressivamente si sono sempre più scostati dalla forma urbis di origine.
La caratteristica fondamentale della città storica, che del resto possiamo in termini generali classificare come modello della città europea, è composta da una massa solida dell’edificato, nella quale sono ricavati per sottrazione i cosiddetti ‘vuoti urbani’ costituiti da piazze, strade, gallerie, portici e quanto altro riguarda la sfera pubblica della città stessa.
Negli ultimi 50 anni, con un’accelerazione esponenziale, la cintura che ha circoscritto i nuclei storici è divenuta preponderante, dilatandosi lungo assi di sviluppo dettati molto spesso più dalla speculazione immobiliare che dalla pianificazione urbanistica. Non è un caso che le estese periferie, salvo rarissime eccezioni, sono soprattutto dormitori, agglomerati privi di infrastrutture di mobilità e di spazi per la vita associativa, che oggi non sono più costituiti dai vuoti urbani ma, eventualmente da outlet, centri commerciali o multisale cinematografiche, che certamente non hanno caratteristiche architettoniche comparabili con gli spazi della città storica. Si tratta di ‘non luoghi’ a scala metropolitana, nuovi poli di attrazione e condensazione della vita associativa”.
Per lei è importante il contesto in cui si colloca un’opera architettonica? Oggi secondo lei se ne tiene conto?
“Il rapporto tra architettura e genius loci è sempre stato il principio ispiratore nella concezione di tutti i nostri progetti. Vorrei fare un esempio: Fallingwater, la casa sulla cascata progettata nel 1935 dal genio architettonico di Frank Lloyd Wright, opera più emblematica dell’architettura moderna, che sin dalla sua titolazione annuncia la stretta interconnessione fra cascate ed edificio, fra l’asse verticale della caduta dell’acqua e lo sviluppo della casa al di sopra. Come potrebbe nascere un progetto così straordinario, senza un’assoluta compenetrazione con il contesto? I capolavori di architettura sono tutti così; non mi interessano gli edifici preconfezionati, intercambiabili, scatolette, di tanta ingombrante edilizia, che non chiamerei mai architettura!”.
La funzione sociale dell’architettura secondo lei è oggi più sentita rispetto a ieri?
“Non penso si possa ritenere che la funzione sociale sia oggi più sentita o meno rispetto al passato. A mio avviso sono gli edifici che inducono un uso sociale più o meno sviluppato: è l’architettura, quindi, che può suggerire con la sua configurazione tale funzione. Faccio un esempio: il sagrato da noi realizzato per la chiesa del Santo Volto di Gesù alla Magliana (Roma), che combinandosi con l’allargamento del marciapiede è divenuto la piazza del quartiere, teatro di una vita aggregativa che si svolge durante tutto l’arco della giornata”.
Oggi si parla sempre più di sostenibilità e qualità della vita. Quanta attenzione pone l’architetto oggi alla qualità della vita per esempio degli edifici scolastici o nei luoghi di lavoro? E rispetto al passato?
“La parola sostenibilità si sposa con genius loci e con concetti edificatori assolutamente necessari in un’epoca nella quale il contenimento energetico è indubbiamente fondamentale. Non è soltanto una questione di fare delle green architectures, ma è anche e soprattutto l’uso del suolo: vi sono Paesi a noi confinanti, come la Francia, dove il 60% del suolo deve restare permeabile. In quest’ottica vorrei citare un’opera da noi recentemente realizzata in un territorio agricolo segnato solo dai filari delle vigne, nel quale abbiamo inserito una cantina per la vinificazione: L’Ammiraglia a Magliano in Toscana per i Marchesi de’ Frescobaldi. Questo edificio è stato realizzato scavando il terreno per le fondazioni e riportandone tutta la quantità di terra estratta sulla copertura a giardino: questo è l’impatto zero, con il massimo della sostenibilità”.
Il rapporto tra architettura e nuove tecnologie quanto è importante oggi?
“Non c’è dubbio che le nuove tecnologie hanno permesso di superare la concezione dello spazio in forma ‘trilitica’ consentendo di realizzare nuove forme organiche. Basti pensare al museo Guggenheim di Bilbao e guardare le immagini della sua costruzione: esse rivelano che la pelle titanica esterna riveste un agglomerato di elementi lineari in acciaio, che configurano un continuum spaziale concepibile solo con l’ausilio di nuove tecnologie progettuali e realizzative”.
Si può parlare di evoluzione del concetto di museo? Come dovrebbe essere il museo di oggi?
“Il miglior museo è il museo diffuso”.
Quanto è importante in Italia oggi rispetto a ieri la sperimentazione?
“Devo purtroppo rilevare che l’antico binomio ‘teoria e prassi’ si è mutato oggi in una netta distanza tra la ricerca teorica e la prassi sperimentativa, assai deficitaria nel Bel Paese”.
Qual è il periodo dal punto di vista architettonico degli ultimi 100 anni che lei preferisce?
“Il futuro…”.
Quali sono secondo lei le caratteristiche di ordine estetico fondamentali da cui l’architettura non dovrebbe prescindere al di là del periodo storico?
“L’architettura è figlia del suo tempo e pertanto le sue morfologie non sono codificabili, altrimenti si finisce nell’accademia o peggio ancora nel beaux-arts”.
Se dovesse realizzare oggi un edificio simbolo dei nostri tempi, per commemorare l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia, come lo immaginerebbe?
“Non ho voluto aspettare la ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dell’Unità di Italia per realizzare l’edificio simbolo dei nostri tempi. Infatti nell’anno 2000 si è inaugurata a Washington la Nuova Cancelleria dell’Ambasciata di Italia, che non a caso ha meritato l’onorificenza della Medaglia d’Oro ai Benemeriti per la Cultura e l’Arte conferita dal Presidente della Repubblica Italiana”.

BOX
Chi è Piero Sartogo

Piero Sartogo, nasce a Roma il 6 Aprile 1934, si laurea in Architettura presso l’Università di Roma nel 1959. Dopo il tirocinio nello studio di Walter Gropius, il fondatore della Bauhaus, nel 1971 ha realizzato a Roma l’edificio dell’Ordine dei Medici entrato subito nel novero dei monumenti dell’architettura contemporanea. Piero Sartogo ha una sua idea dell’architettura espressa in numerose pubblicazioni tra cui è da ricordare “Immagine Reale e Virtuale”, pubblicata su Casabella in coincidenza con la mostra personale presso l’Istituto Nazionale di Architettura 1977. Intorno a questa concezione Sartogo ha organizzato non solo la sua attività di progettista ma anche quella di docente che lo ha visto impegnato in vari periodi alla Facoltà di Architettura di Roma e, come “Visiting Professor”, presso la University of Virginia, la Cornell University, la University of Pensylvania, la University of California, la Columbia University e nella collaborazione con riviste specializzate (è stato redattore di Casabella negli anni ’70, oggi è membro del comitato scientifico dell’Arca). Dal 1981 con Italian Re-Evolution, il design degli anni Ottanta (una esposizione itinerante che è stata nei musei d’Europa ed America), è iniziato il percorso in comune con Nathalie Grenon che li ha portati insieme all’Expo ‘85 di Tsukuba, alla Esposizione Universale di Siviglia, ed alle Colombiadi del 1992, alla Villette di Parigi con l’Imaginaire Scientifique, alla Telecom di Ginevra del 1991 e del 1994, all’Eureka d’Italie a Parigi e Madrid.
Hanno realizzato le Show Rooms per Bulgari in tutto il mondo tra le quali citiamo: 730 Fifth Avenue a New York, Kekkay a Tokyo, Via Spiga a Milano, Avenue Montaigne a Parigi. Tra le molte altre sue realizzazioni architettoniche citiamo: la Chiesa del Santo Volto di Gesù a Roma, la Nuova Cantina l’Ammiraglia a Magliano in Toscana, la Nuova Cancelleria dell’Ambasciata Italiana a Washington, la Sede della Banca di Roma, il Palazzo del Lingotto sede della Fiat a Torino, il Teatro dell’Opera di Cardiff, il Parlamento di Taiwan.

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di Gianmarco Cifaldi

Identità, ruoli e leadership  che caratterizzano le azioni delinquenziali di gruppo.  Un approccio sociologico al crimine

Gli studiosi delle scienze sociali hanno tentato di definire i termini come: violenza, crimine, vittima, devianza. Il comportamento violento è l’uso intenzionale o la minaccia della forza fisica o del potere contro se stessi, contro un’altra persona o contro un gruppo o una comunità che abbia un’alta probabilità di provocare una ferita, la morte, un danno psicologico o una privazione. Il termine devianza è in continuo mutamento e si interseca con la parola criminalità, pensate ad una donna vestita in modo occidentale in una cultura islamica e vedrete che tale donna è considerata una vera e propria criminale e condannata alla lapidazione. Viceversa se una donna vestita con il burqua cammina in un territorio occidentale, viene considerata deviante in quanto non va a condividere quei comportamenti, abitudini ritenuti dal gruppo sociale occidentale come accettati dal gruppo di appartenenza. È Durkheim nel famoso libro il suicidio che nel 1897 introduce per primo la parola anomia, che in  greco significa mancanza di regole (sociali) e, che sta ad indicare soggetti o gruppi privi di un senso di appartenenza che possono innescare comportamenti instabili, aggressivi e devianti. Anche Merton, studioso ed esponente della scuola di Chicago, nell’opera Social theory and social structure, nel 1938, riprende il concetto di anomia per spiegare il comportamento delle gang e dei fenomeni criminali che imperversavano in quegli anni negli Stati Uniti d’America. La teoria etologica, quella per cui sia l’animale che l’uomo, hanno in comune quattro elementi: l’aggressività, l’alimentazione, il sesso e il territorio, spiega come questi elementi producano quei comportamenti che portano l’uomo a commettere crimini o a deviare, soprattutto quando gli stessi elementi non sono in equilibrio fra di loro. Ad esempio quando l’impulso sessuale è alto, l’uomo commette il così detto omicidio passionale o come quando il territorio viene minacciato, l’uomo lo difende aggredendo l’altro, si pensi alle bande che proteggono le zone di spaccio della droga, con feroci scontri. Per comprendere il mutamento sociale e le future società bisogna tenere presente l’attore umano con le proprie scelte e le opzioni che produce in rapporto all’ambiente interno ed esterno. Nell’approccio sistemico, ad esempio di Talcott Parsone, la società è una totalità organica, anche se con segmenti distinti ed intervallati come l’economia, la politica e la cultura, che cambia nel tempo nella sua globalità. Il mutamento è solo la differenza tra diversi stati di uno stesso sistema organico nel tempo, come trasformazione combinata delle sue varie componenti, che vanno dalle azioni dei singoli individui ai sottosistemi, all’ambiente esterno, in un equilibrio-squilibrio funzionale. Nel modello di campo, di Norbert Elias, la società è interpretata come campo di relazioni fluida tra individui costantemente in movimento, producendo figurazioni fluttuanti, piuttosto che strutture organiche con forme sistemiche. Il mutamento sociale è un flusso incessante di mutamenti continui senza l’esistenza di stati globali definibili in tempi diversi. I mutamenti sono concepiti come continui, multidimensionali, emergenti. Cristallizzazione e fluttuazione del campo socio culturale interpersonale (idee, regole azioni organizzative, interessi) si condeterminano reciprocamente in una effettiva complessità tra macro e micro in modo da richiedere sempre un’analisi duttile ed approfondita, senza schemi di riferimento rigidi e finalismi organici. Ormai si prende atto che possono determinarsi mutamenti solo parziali e di portata limitata, che lasciano intatto il sistema sociale globale, mentre esistono in altri casi mutamenti che possono investire aspetti critici del sistema sfociando in una innovazione autenticamente qualitativa. Occorre distinguere tra cambiamento funzionale (che incide sul piano quantitativo ma non su quello qualitativo sulle strutture complessive delle relazioni) e cambiamento strutturale (che trasforma con autentiche rivoluzioni qualitative l’identità globale del sistema sociale). La spiegazione del cambiamento strutturale è spesso proposta come superamento di una soglia critica nell’accumulo impercettibile di mutamenti qualitativi. In tal modo il mutamento sociale si giustifica come passaggio dal quantitativo al qualitativo. Il mutamento sociale è stato interpretato in varie forme: come processo, come sviluppo, come ciclo, come progresso.  I fattori del mutamento sociale si dividono in esogeni ed endogeni a seconda che abbia origine all’interno e all’esterno del sistema. Tra i fattori endogeni sono da considerare: l’aumento delle dimensioni del sistema, il conflitto di interessi tra gruppi di potere, leadership e classi sociali, l’emergenza di movimenti sociali con nuovi valori, simboli e rappresentazioni collettive. Sono da considerare tra i fattori esogeni: la guerra, movimenti migratori, variazione dell’ambiente naturale, sviluppo di tecnologie e mezzi di produzione, contaminazione con altre culture, inserimento di personalità carismatiche. Interessante l’attenzione che pone Max Weber nell’introdurre il concetto di leadership e di potere, distinguendo essenzialmente tre tipi di potere: democratico, autoritario e carismatico. Un gruppo sociale piccolo o grande che sia ad esempio un gruppo scolastico o l’intera popolazione italiana necessita di una guida, infatti per Weber l’uomo tende a strutturarsi ed organizzarsi; il potere democratico è ad esempio quando noi votiamo il sindaco che democraticamente eleggiamo; il potere autoritario (detto anche tradizionale o totalitario) è il potere che si tramanda tra padre e figlio; il potere carismatico (dal greco carisma: dono, regalo) esempio un capo come Gandi in India.  Il concetto di gruppo deviante si può leggere in rappresentazione cartesiana, dove mettiamo nell’ascisse il tempo, nelle ordinate lo spazio. Infatti se volessimo spiegare la differenza tra una banda e un branco, definiremmo la banda come un gruppo sociale organizzato, stabile nel tempo e con una propria gerarchia, mentre il branco un gruppo sociale momentaneo che condivide quello spazio e quel tempo per il perseguimento di medesimo scopo rendendolo più efferato e violento della banda; esempio: il lupo si allea con altri lupi quando deve aggredire un gregge. Nella tipologia dei processi sociali si tratta oggi di considerare il mutamento come un mix di elementi complessi, in parte irreversibili e direzionali, in parte reversibili e non direzionali, in parte a tendenza teologica a stati di equilibrio, in parte a tendenza divergente rispetto agli esiti preferenziali dello stato finale, in parte orientati alla riproduzione, alla persistenza e alla continuazione della società in forma immutata, in parte orientata alla discontinuità, alla trasformazione e persino alla regressione. Tali distinzioni si intersecano tra processi latenti e manifesti, tra durate lunghe e brevi, tra in determinismi casuali e imprevedibili, in un intreccio macro, meso e micro che investono tra la vita quotidiana degli individui e i processi di globalizzazione. Le persone che uccidono, quelle che sono uccise si assomigliano più di quanto si pensi. Autori e vittime sono assai simili per età, classe sociale di appartenenza, gruppo etnico, stile di vita etc. Il merito di von Henting è di passare da una prospettiva statica ed unidimensionale nello studio scientifico del crimine, ad un approccio dinamico e bilaterale, ma soprattutto interazionista. Il crimine è solo l’output di un processo dinamico, bidimensionale dove si deve porre eguale attenzione sia al criminale che alla vittima. Si parla di vittimologia che come approccio nasce con il contributo di tre autori principali, Wertham, von Henting e Mendelshon. È però con Wertham, uno psichiatra, che viene preso in considerazione il vocabolo vittimologia per designare lo studio della vittima nell’azione criminale, nel suo testo the show of violence 1949. Il suo senso della vittimologia è spiccatamente sociologico, auspicava una sociologia della vittima del reato di omicidio, e studiava la violenza umana da un punto di vista psicologico e psichiatrico. Egli effettuava una distinzione tra l’impulso omicida (individuale) e la razionalizzazione, cioè l’autogiustificazione dell’atto da parte dell’autore, che è sociale. Ovvero l’interazione tra personalità e ambiente sociale. La razionalizzazione in presenza dell’impulso assopisce i sensi di colpa per autogiustificarsi. La razionalizzazione è sociale, poiché frutto di uno stadio precedente di civilizzazione o di un segmento di società che si costruiva socialmente. La struttura della coscienza dell’omicida e le sue razionalizzazioni, trovano origine nella storia della società. Von  Henting esprime la stessa idea di Wertham in modo più articolato, infatti l’opera pionieristica di più ampio respiro sulla vittima è la sua: the Criminal and his victim 1948; trattava la sociologia del crimine sostenendo una reciprocità tra vittima e carnefice. La legge penale per l’autore dava uno stereotipo troppo meccanico della relazione criminale e vittima. Infatti esiste anche la vittima  provocatrice, colui che stimola il proprio carnefice a commettere un crimine. Il rapporto è complementare come nel mondo animale, l’ingenuo e il debole attraggono, anzi la vittima può plasmare il criminale. La guerra e la depressione economica hanno favorito la nascita di nuove forme criminali; ad ogni vittima il suo criminale. Von Henting si chiede se, e come, la vittima contribuisce a determinare l’azione criminale. La sua conclusione è che con il suo modo di essere, il suo comportamento, le attitudini, la vittima, plasma e determina l’azione criminale; la vittima quindi è uno dei fattori causali del crimine.                        

(Gianmarco Cifaldi Docente di sociologia giuridica e della devianza Università  “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara)

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Entro il 2015 il governo turco realizzerà 86 nuovi istituti detentivi per una capacità extra di 40mila posti
di Roberto Nicastro

Chi non ricorda “Fuga di mezzanotte”, la pellicola diretta da Oliver Stone che racconta la storia di Billy Hayes, il cittadino americano arrestato all’aeroporto di Istanbul e finito in un carcere turco per possesso di droga.
Le inumane condizioni di detenzione, descritte prima nel libro poi nel film, costrinsero regista e attore a chiedere scusa al governo turco, colpevoli di aver gettato un’ombra di discredito su tutto il sistema penitenziario del Paese.
In realtà, poco si sapeva e poco si sa ancora oggi di questa macchina colossale dai tanti ingranaggi che conta circa 380 penitenziari e ospita oltre 110mila detenuti.
Un sistema capillare, diffuso su tutto il territorio e guidato direttamente dal ministro della Giustizia. Ed è stato proprio il ministro Sadullah Ergin nel 2010 ad annunciare un piano carceri da portare a termine in tempi strettissimi.
Il progetto, tuttora in fase di svolgimento, prevede la realizzazione di 86 nuovi penitenziari nell’arco di cinque anni, tra il 2010 e il 2015. L’investimento previsto è di circa 2 miliardi di lire turche (900 milioni di euro) e già dal prossimo anno si vedranno i primi risultati, perché saranno concluse le prime 32 prigioni.
L’obiettivo è quello di ampliare in modo massiccio la capacità del sistema penitenziario nazionale messo a dura prova dal sovraffollamento e dalle condizioni difficili in cui sono costretti a vivere i detenuti oggi. Il piano faraonico lanciato dal governo guidato da Erdogan prevede infatti, al termine, una maggiore capacità dell’intero sistema pari a 40mila detenuti. Una scelta che non nasce oggi, ma deriva da una politica di investimento nella sicurezza che va avanti da oltre dieci anni. Dal 2002 al 2005 la capacità delle carceri turche era infatti già aumentata del 10%, troppo poco però per rispondere al flusso dei nuovi detenuti, cresciuto in maniera smisurata soprattutto negli ultimi anni.
Dal 2006 al 2010, in soli cinque anni, il numero dei reclusi è passato da 70mila a 117mila. In particolare tra il 2006 e il 2007 c’è stato un incremento di 20mila persone che sono divenute 10mila tra il 2007 e il 2008 fino ai 117mila attuali. L’azione dura di contrasto al crimine, accompagnata dalla guerra al terrorismo e dalla controversa questione curda, sono state le ragioni principali di questo incredibile incremento della popolazione carceraria, registrato nell’ultimo periodo.
Spacchettando poi questo dato tra i condannati e i reclusi ancora in attesa di giudizio definitivo, emerge che le categorie sono divise in due: 56.800 i primi e 60.000 i secondi. Questo comporta un’organizzazione della vita carceraria molto complessa anche perché in Turchia c’è una netta divisione, anche dal punto di vista strutturale, tra gli istituti che ospitano chi sconta una condanna definitiva e quelli dedicati ai reclusi che attendono l’ultimo grado di giudizio in tribunale. A questo proposito il sistema penitenziario prevede tre tipi diversi di strutture detentive: “aperte”, “semi-aperte” e “chiuse”. Le ultime sono generalmente destinate a chi ha commesso i crimini più gravi, mentre per i terroristi sono stati realizzati appositamente istituti ad altissima sicurezza.
Del resto, il triste fenomeno del terrorismo è legato profondamente alla recente storia turca. Da un lato gli indipendentisti curdi del PKK che agitano la linea di confine tra Turchia e Iraq e hanno messo a segno anche negli ultimi mesi pesanti attentati contro militari turchi; dall’altro il terrorismo internazionale di marca islamica che vede nella Turchia uno snodo chiave per gli equilibri e il rischio di penetrazione occidentale nel mondo musulmano. Per quanto sia un paese ad assoluta maggioranza islamica, la Turchia si è infatti dotata di una costituzione e di una struttura istituzionale laica fin dai tempi di Ataturk, che nel 1923 fondò la Repubblica Turca e ne divenne il primo presidente fino alla morte. Sotto la sua guida la nazione si trasformò in uno stato moderno e secolare, e sullo stampo delle democrazie occidentali.
Tra le varie riforme attuate da Ataturk si ricorda sicuramente quella linguistica attraverso la quale la lingua turca fu epurata dai prestiti arabi e persiani per introdurvi parole di origine turca o di nuova formazione. Poi l’adozione di una variante leggermente modificata dell’alfabeto latino, più adatto alla lingua turca che, presentando otto vocali, mal si prestava ad essere scritta tramite l’alfabeto arabo. Inoltre, sempre in quel periodo, venne imposto l’uso del cognome in sostituzione dell’uso orientale del patronimico, e il suffragio universale fu esteso anche alle donne (che in molti paesi europei non godevano ancora di questo diritto). Ataturk invitò poi il popolo a vestire abiti occidentali (senza proibire l’uso di quelli tradizionali, fatta eccezione che per il fez, tipico copricapo turco che aveva sostituito il turbante nel XIX secolo), e infine riformò il Codice Penale, il Codice Civile e il Codice Amministrativo.
Anche da questa stagione di profonde riforme istituzionali e sociali, prese forma il volto nuovo del sistema penitenziario turco, ispirato alla grandezza dello stato e ai suoi principi moderni. Nonostante ciò, il sistema carcerario rimase anche inevitabilmente legato a vecchie pratiche più repressive, anche a causa del sovraffollamento delle carceri e, come detto in precedenza, alla lotta senza quartiere al terrorismo, che spesso continuava anche dentro le celle del carcere.
Il primo carcere turco che si ricordi venne edificato a Sultanahmet, un quartiere oggi centralissimo e turistico di Istanbul. In quel periodo, siamo intorno al 1858, il codice prevedeva anche la pena di morte. Lo stesso venne poi modificato il 1° marzo del 1926 e poi nuovamente nel maggio del 2005 prevedendo anche differenze nel trattamento tra chi è colpevole di crimini leggeri e chi invece ha commesso reati più gravi.
L’elemento costante, però, rimase sempre l’elevato numero di detenuti al punto che Amnesty International, in un report del novembre del 1988, arrivò a denunciare l’esistenza di 644 istituti di pena in Turchia e l’aumento della capacità detentiva da 50mila a 80mila persone, raggiunto in pochi anni. Fu in quel periodo che i parenti dei reclusi si organizzarono e si riunirono nella “Human Right Association” o in gruppi di solidarietà per avere risposte concrete dal sistema penitenziario sulle condizioni di vita dei loro cari. In un certo senso gli equilibri interni alla gestione delle carceri cambiarono nuovamente nell’aprile del 1991, quando venne approvata la legge 3713, conosciuta anche come “Legge contro il terrore”. L’articolo 16 della nuova norma prevedeva infatti che i terroristi sarebbero stati reclusi in prigioni realizzate appositamente e ad altissima sicurezza. I metodi repressivi utilizzati all’interno di questi istituti, accompagnati dalle notizie di cronaca che raccontavano della morte di numerosi detenuti, attivarono l’attenzione della pubblica opinione e le critiche della comunità internazionale. Nel 2000 si verificò il picco delle proteste contro le carceri bunker ma questo non portò ai risultati sperati. Ancora oggi in Turchia sono attive 13 carceri di tipo F, quelle ad altissima sicurezza, e riuniscono i detenuti considerati colpevoli di attentati terroristici o legati a movimenti terroristici.
Secondo i dati resi noti dal Direttorato Generale dei Centri Penali (l’amministrazione penitenziaria turca, parte del ministero della Giustizia) oggi nel Paese sono 384 i penitenziari attivi, di cui 346 “chiusi” e 28 “aperti” più altri destinati a usi diversi. A questi si aggiungono quattro penitenziari dedicati alle donne (in percentuale molto ridotta rispetto agli uomini) e tre centri correzionali per i minori.
Come raccontato in precedenza, i loro livelli di occupazione sono già oltre la soglia di vivibilità e questo nonostante alcune misure adottate dal governo all’inizio del Duemila per alleggerire la presenza di detenuti nelle carceri.
Proprio nel 2000 venne approvato il cosiddetto “Rahsat Pardon”, in nome della moglie Rahsan dell’ex-primo ministro Bulent Ecevit. Si trattò di un vero e proprio indulto che liberò le carceri di circa 20mila detenuti, facendo crollare il numero dei reclusi al limite dei 50mila. Pochi mesi dopo, tutti si resero conto che l’indulto era poco più di un palliativo perché i penitenziari turchi tornarono a riempirsi come e più di prima, fino a superare la soglia degli 80mila e a raggiungere quella attuale dei 117mila.
Osservando questo numero, gli esperti sono convinti che sia destinato a crescere ancora, non solo per ragioni criminali ma anche sociali. Attualmente le statistiche dimostrano una elevata correlazione tra la mancanza di educazione e la carcerazione. E infatti oltre l’80% dei detenuti nelle carceri turche ha appena terminato la scuola elementare. Contestualmente, solo il 3% del totale ha conseguito un diploma di laurea. Andando invece a spacchettare la popolazione per genere si scopre che la maggioranza assoluta è costituita da uomini (circa 100mila) mentre le donne non arrivano alle 5mila unità.
Per quanto riguarda i condannati per crimini legati al terrorismo, il loro numero è diminuito in modo significativo dal 2000 al 2005, ma ha ricominciato a crescere da allora e fino ad oggi. Ovviamente, tutto il mondo accademico ribatte sull’affermazione che l’aumento della popolazione detenuta e l’incremento della criminalità sono indicatori preziosi della disoccupazione e del deterioramento umano, sociale e culturale della collettività. Questo sistema contribuisce ad emarginare gli individui e li lascia ai confini della società, facili prede di pratiche e modelli criminali.
Qualunque sia la ragione, sia essa sociale, culturale o anche economica, le carceri turche continuano a riempirsi e il governo è stato costretto a correre ai ripari. Chissà se il grande e costoso piano volto alla realizzazione di altri 86 istituti nel giro di pochi anni sarà sufficiente a placare l’invasione di nuovi detenuti che il sistema penitenziario turco ogni giorno si trova a dover affrontare.

BOX
Il boom economico che traina il Bosforo

Trimestre dopo trimestre, la Turchia continua a macinare dati record e si affaccia di diritto nel club dei paesi europei. Tra tutti i paesi dell’Ocse, è uscito più rapidamente dalla recessione e dopo un calo del Pil nel 2009 del 4,7%, il Paese ha chiuso il primo semestre 2010 con il dato record di +11%. Anche se l’inflazione è ancora alta (7,8%) così come la disoccupazione (10,5%), la produzione industriale ha compiuto nei primi sei mesi dell’anno un significativo balzo in avanti (+10,2%); lo stesso ha fatto l’export (+14,88% pari a 54,8 miliardi di dollari americani) e l’import (+33,6%, 83,3 miliardi di dollari).
Sostenuti sono anche i flussi di investimenti esteri che ammontano a 3,2 miliardi di dollari e confermano l’interesse dei grandi investitori internazionali verso il paese di Ataturk. A questo si aggiunge il fatto di non poca rilevanza che la vita economica e commerciale del Paese si è ormai concentrata nelle grandi città dove vive il 75% della popolazione totale e da cui sta emergendo la nuova classe dirigente, costituita da imprenditori moderni e soprattutto attenti al business, sia che esso arrivi dall’Europa che dal Medio Oriente, dal Caucaso o dall’Africa.
Mentre cinque anni fa il 70% della popolazione desiderava aderire alla Ue, oggi quella percentuale non supera il 30%, e insieme allo sfumare della passione europeista anche l’attenzione commerciale è stata rivolta altrove. Riflesso del clima di fiducia che aleggia intorno all’economia turca e alle sue possibilità di crescita, è anche l’andamento della Borsa di Istanbul. Il mercato borsistico è da sempre sensibile al mood del mondo produttivo e nel caso turco ha vissuto un 2009 in netto rialzo, con l’indice delle quotazioni cresciuto del 96%, fino alla quota record di 53.000 punti. I ponti sul Bosforo non bastano più per far transitare il flusso di investimenti e le opportunità che arrivano dalla Turchia, e l’Italia, da parte sua, è impegnata a giocare un ruolo decisivo come partner del nuovo enfant prodige a cavallo tra Europa e Medio Oriente.


I detenuti nelle carceri turche

Anno    Condannati    in attesa di giudizio    totale
2000    24.855    24.657    49.512
2001    27.541    28.068    55.609
2002    30.637    28.550    59.187
2003    32.715    31.581    64.296
2004    26.010    31.920    57.930
2005    24.858    31.012    55.870
2006    26.336    44.141    70.477
2007    37.608    53.229    90.837
2008    45.207    58.028    103.235
2010    56.856    60.691    117.547

Fonte: Ministero della Giustizia turco

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Nella Casa Circondariale di Isernia è stato realizzato un Laboratorio Espressivo in cui viene offerta ai detenuti la possibilità di imparare a riconoscere le proprie emozioni
di Rosa Francesca Capozza Educatrice Casa Circondariale Isernia

Per l’autore di un reato a volte è difficile “vedere la vittima”, riconoscerne le sue emozioni e, di conseguenza, il danno ed il dolore ad essa provocati. Dai numerosi studi effettuati in questo campo emerge che la mancanza di competenze personali e relazioni, quali l’empatia e l’incapacità di gestire le emozioni, sono alla base dei comportamenti devianti. Di contro lo sviluppo di queste competenze ha una valenza sia in senso preventivo (rispetto alla commissione di nuovi reati) sia in senso riparativo (risarcimento nei confronti della vittima).
Nella Casa Circondariale di Isernia è stato realizzato un Laboratorio Espressivo in cui veniva offerta ai detenuti la possibilità di imparare a riconoscere le proprie emozioni, quelle degli altri e a gestirle in maniera efficace.
Accogliere e comprendere l’altro significa creare le basi per migliorare le relazioni sociali e la capacità di fronteggiare le varie situazioni relazionali che fanno parte della vita quotidiana. Appare importante sottolineare come la capacità di gestire le emozioni si configuri come fattore protettivo, di prevenzione dell’acting out, ossia della tendenza comportamentale di “passare all’atto” un vissuto emotivo spesso spiacevole e difficilmente tollerabile.
Il Laboratorio Espressivo, condotto da una formatrice pedagogista, ha visto la partecipazione di 15 detenuti, l’attività si è svolta in 13 incontri, a frequenza settimanale, della durata di 3 ore
ciascuno.
La proposta formativa si è centrata ogni giorno sull’ascolto, sul contatto e sul movimento, per giungere ad una maggiore consapevolezza di se stessi a partire dall’attenzione alle proprie funzioni vitali.
Gli esercizi ludici si sono focalizzati sul lavoro in coppia ed a piccoli gruppi al fine di favorire il riconoscimento dell’altro. Di volta in volta sono emersi aspetti anche molto personali di ognuno, che hanno permesso l’espressione ed il riconoscimento di alcune emozioni di base, comuni a tutti.
La possibilità di creare uno spazio condiviso in cui esercitarsi ad ascoltare se stessi, riconoscere, certe volte con fatica, le proprie emozioni, esprimerle anziché agirle, riconoscersi in quelle degli altri, immedesimarsi nel “sentire” altrui rappresenta la chiave di volta di un percorso rieducativo. Percorso in cui l’acquisizione di alcune delle competenze psico-sociali di base, quali l’empatia e la capacità di gestire le emozioni, risultano fondamentali rispetto alla possibilità, da una parte, di evitare il diretto passaggio all’atto di emozioni forti e spiacevoli e, dall’altro, di riconoscere e non negare la vittima (identificare ed immedesimarsi in quello che ella può provare).
La capacità di vivere le proprie emozioni, anche le più devastanti, costruendo uno spazio mentale in cui riconoscerle, accettarle. Apprendere un’espressione delle stesse più adeguata e funzionale, consente alla persona detenuta di “attrezzarsi” di competenze fondamentali per prevenire la commissione di comportamenti devianti e costruire un nuovo percorso di vita in cui le sfide evolutive siano affrontate con schemi cognitivi e modalità di espressione emotiva e comportamentale funzionali al ritorno nella comunità esterna.

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