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bari dashRistrutturata una stanza per permettere l'incontro delle madri detenute con i figli minori in un ambiente sereno e confortevole. Il progetto, in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Bari, è stato finanziato dalla P&G nell'ambito dell'iniziativa DASH "Idee per le mamme". L'inaugurazione il prossimo 8 gennaio, alle ore 11.30. I particolari sul nostro sito www.ilcarcerepossibileonlus.it

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istatRoma, 18 dicembre 2012- Resi noti oggi i dati Istat su carcere e giustizia:in lieve diminuizione il numero dei detenuti nelle carceri italiane: nel 2011 sono stati 66.897, l'1,6% in meno dell'anno precedente. Nel 4,2% dei casi si tratta di donne, mentre gli stranieri sono il 36,1%. Un detenuto su cinque lavora, in massima parte (83,8%) alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria. Sono i dati forniti dall'Istat nell'Annuario statistico italiano.

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Negli istituti penitenziari italiani offrono il loro supporto e la loro presenza circa 11mila volontari

di Daniele Autieri

Sono oltre 11mila i volontari che prestano la loro opera all’interno degli istituti penitenziari italiani. Un esercito silenzioso, fatto di persone ma anche di numeri, pari a circa un quarto del personale di Polizia Penitenziaria e un settimo della popolazione carceraria. La loro è in termini numerici la terza realtà dell’universo-carcere che, attraversato com’è dall’emergenza del sovraffollamento, rivela più che mai l’assoluta necessità di una presenza massiccia del volontariato.

Una presenza diffusa ma anche complessa perché necessariamente deve fare i conti con le norme che regolano il mondo penitenziario e con quella prerogativa della sicurezza che deve essere rispettata alle volte anche a scapito del contatto volontario-detenuto.

In Italia la legge prevede due forme di volontariato penitenziario. La prima è regolata dall’articolo 17 dell’ordinamento penitenziario che consente l’ingresso in carcere a tutti coloro che hanno interesse verso l’opera di risocializzazione dei detenuti e che dimostrano di poter promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera. Chi vuole fare volontariato appellandosi a questo articolo, deve presentare domanda scritta contenente i propri dati personali e le motivazioni che lo spingono direttamente al direttore dell’Istituto. Quest’ultimo, dopo aver valutato la compatibilità delle iniziative proposte con il percorso trattamentale seguito dall’istituto, trasmette la candidatura al magistrato di sorveglianza per l’autorizzazione.

I soggetti esterni che fanno volontariato ai sensi dell’articolo 17 sono la comunità più numerosa dei volontari in carcere e arrivano a superare anche le 8mila unità. Questo si verifica sia per la procedura di autorizzazione (più agevole rispetto all’altro caso) che per la presenza di associazioni che promuovono e realizzano nelle strutture detentive attività organizzate e veri e propri progetti concordati con la direzione del carcere.

La seconda strada è quella prevista dall’articolo 78 dell’ordinamento penitenziario. In questo caso è il magistrato di sorveglianza a proporre i volontari, mentre il compito dell’autorizzazione spetta stavolta ai Provveditorati regionali dell’Amministrazione Penitenziaria. Questa seconda fattispecie riguarda i cosiddetti “assistenti volontari”, singole persone o appartenenti a gruppi dediti esclusivamente al volontariato in carcere, che al 30 maggio 2012 ammontavano a 1.509 individui.

In merito all’impegno dei volontari, le attività più comuni sono mirate al sostegno della persona e delle famiglie dei detenuti, oltre alle attività sportive, ricreative e culturali. Riguardano invece una minoranza di volontari la formazione al lavoro e le attività religiose.

In ogni caso, per quanto si tratti di un esercito variegato, la maggior parte delle anime che compongono il volontariato italiano sono organizzate all’interno delle circa 200 associazioni riconosciute dal Ministero della Giustizia. Il loro è un prisma variopinto di attività, ispirazioni, missioni e modo di vivere e vedere il ruolo sociale che svolgono. Dal volontariato cattolico a quello laico, le tante facce dell’associazionismo mettono insieme oltre 9mila persone, la quasi totalità dei volontari impegnati nelle carceri italiane.

“Nel nostro caso – racconta Salvatore Tassinari, presidente dell’associazione Pantagruel che da anni opera all’interno del penitenziario toscano di Sollicciano – l’associazione, pur avendo una vocazione regionale, è cresciuta moltissimo negli ultimi anni e abbiamo registrato una passione e una domanda di partecipazione sempre crescenti da parte di individui esterni. Attualmente siamo arrivati a contare 40 volontari che operano nel penitenziario”.

Tra le attività che l’associazione Pantagruel svolge nell’istituto di Firenze che ospita circa mille detenuti, ci sono prima di tutto i colloqui personali. Fin dalla sua fondazione, i volontari dell’associazione partecipano a colloqui diretti con i detenuti, sia uomini che donne. “Si tratta di colloqui riservati e individuali – racconta Tassinari – che ci permettono di raggiungere la bellezza di 400 detenuti. È vero, all’inizio molti di loro chiedono un contatto per finalità strumentali, come quella di aiutarli a parlare con l’avvocato o con la famiglia. Ma con il passare del tempo il rapporto diviene più umano e più intenso e il nostro ruolo cambia riuscendo a svolgere una funzione di supporto psicologico e morale nei confronti di persone che si sentono spesso sole e perdute”.

Accanto a questa iniziativa, Pantagruel gestisce all’interno della sezione femminile dell’istituto anche un laboratorio per la realizzazione di bambole, attivo dal 2003 e dentro il quale è sempre garantita la presenza di due insegnanti impegnati a formare i gruppi di detenute che si alternano alla produzione delle bambole. A questa si aggiunge poi un’altra attività, stavolta all’aria aperta, cioè una piccola asineria alla quale si possono dedicare i detenuti.

“Abbiamo messo a disposizione dei reclusi – racconta il presidente dell’associazione – due asinelli che devono essere accuditi e seguiti. Anche in questo caso è presente un istruttore che insegna ai detenuti come gestire questi animali. Inoltre, partecipare a questo progetto significa per i detenuti avere l’opportunità di uscire dal carcere almeno una volta all’anno, quando vengono organizzate delle uscite con gli animali”.

Ma questo non è tutto perché Pantagruel si sta cimentando proprio in questi giorni in un altro progetto, rimodulato sull’esperienza già avviata con successo nel penitenziario di Bollate. Dal mese di settembre sarà infatti istituito uno sportello salute con il compito di fare da interfaccia tra l’area sanitaria e i bisogni dei detenuti.

“Questa – conclude Tassinari – come tutte le altre iniziative, rientra nelle attività che quotidianamente svolgiamo ormai da anni. E lo facciamo con professionalità imponendo agli aspiranti volontari di seguire corsi di formazione, che ogni anno sono affollatissimi. La domanda di solidarietà sociale è alta in un momento in cui le difficoltà di vita dei detenuti sono ancora più evidenti”.

E proprio nelle complessità della contingenza e nella limitatezza dei fondi a disposizione dell’Amministrazione per le attività trattamentali, si gioca oggi il ruolo del volontariato, tanto più necessario per garantire moltissime delle attività ludiche e culturali dei detenuti, dai cineforum ai gruppi di lettura, dalla gestione delle biblioteche ai corsi di lingue o di yoga. Del resto, l’azione del volontariato viene nella pratica coordinata dall’istituzione carcere e le associazioni sono sempre chiamate a lavorare in stretta collaborazione con gli operatori del sistema penitenziario. Il volontariato carcerario si esprime infatti in tre modi: il sostegno individuale; l’attività educativa e para-scolastica che promuove corsi che affiancano le attività didattiche; l’inserimento nell’organizzazione carcere, valorizzando le responsabilità del detenuto.

“Siamo nati nel 1994 – racconta Daniela De Robert, presidente dell’Associazione Vic (Volontari in carcere), una onlus di ispirazione cattolica legata alla Caritas di Roma – e oggi raccogliamo circa100 volontari attivi negli istituti di Rebibbia e nel reparto protetto del Pertini. Alla base della nostra attività di supporto ci sono prima di tutto i centri ascolto attivi in tutti i reparti. In quest’ambito, oltre a dialogare con i detenuti e ad accompagnare quelli vicini all’uscita, teniamo i rapporti con le loro famiglie fuori del carcere”.

Per quelli che invece ottengono i permessi premio ma non hanno un luogo dove dormire, Vic mette a disposizione un alloggio in via Palmiro Togliatti con 12 posti letto. “Negli anni sono passate dentro questa casa circa 20mila persone – spiega De Robert – perché diamo un rifugio anche ai familiari dei detenuti che vengono da lontano e non hanno i soldi per pagarsi un albergo. La casa viene poi utilizzata per gli individui in misura alternativa che devono dare all’istituto e alla magistratura una reperibilità in certe ore del giorno”.

Sul fronte lavorativo l’Associazione ha invece dato vita alla cooperativa E-Team che insieme a Men at Work gestisce la cucina di Rebibbia Nuovo Complesso dando lavoro a circa 20 detenuti.

“Ma l’attività del volontario – spiega la presidente di Vic – spazia a 360 gradi, dal pranzo di Natale che ogni anno organizziamo a Rebibbia, fino alla consegna settimanale negli istituti romani di circa 100 pacchi di abiti per i detenuti meno abbienti. Oltre a questo, siamo sempre vicini ai detenuti che vivono il momento critico dell’uscita dal carcere e, per quanto possibile, cerchiamo di aiutarli svolgendo un’opera di intermediazione con possibili realtà lavorative”.

Guardando invece ai numeri, l’ultima analisi realizzata dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia (una delle realtà più importanti in questo settore) ha evidenziato alcune caratteristiche significative che ben spiegano il fenomeno. In media all’interno di ognuna delle strutture penitenziarie italiane operano 32 volontari, con una presenza, che tra il 2005 e il 2010, è andata crescendo nell’ordine del 10%. A livello territoriale la presenza maggiore è garantita al Nord da dove provengono quasi il 50% dei civili che offrono il loro sostegno, contro il 30% del Centro e il 20% del Sud.

Sul fronte del genere, invece, la presenza delle donne è più massiccia perché queste ultime rappresentano in media il 55% del totale, contro il 45% degli uomini. Un altro aspetto significativo riguarda l’anzianità dei volontari, la cui maggioranza opera in un istituto penitenziario già da oltre 5 anni, mentre solo il 17% del totale è attivo in un penitenziario per un lasso di tempo inferiore ad un anno.

In termini di attività, la prima e la più diffusa è quella dell’ascolto attivo e del sostegno morale e psicologico. Come nel caso di Pantagruel in Toscana questo avviene attraverso il ricorso a colloqui di sostegno. Accanto a ciò, parte del volontariato si dedica invece al sostegno materiale vero e proprio, che passa principalmente attraverso l’assegnazione di indumenti ai soggetti più poveri. Al terzo posto per diffusione ci sono poi le attività di supporto religioso, non solo cattolico, ma anche per le altre confessioni, considerato l’elevato livello di multietnicità e multiculturalismo che si registra nelle carceri italiane.

E proprio per fare un punto su questo mondo così complesso e variegato l’8 giugno scorso la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ha riunito in un convegno le tante anime del settore, cercando di elaborare insieme una serie di proposte possibili in termini di pena e sistema sanzionatorio.

Al termine della giornata istituzionale dedicata al volontariato, le associazioni hanno espresso la loro posizione chiedendo al governo una serie di interventi mirati al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti e contestualmente alla sensibilizzazione di chi è fuori, come gli studenti delle scuole con l’istituzione di una Giornata nazionale di sensibilizzazione sul tema carcere.

L’evento è stato un’occasione per tirare le fila di un fenomeno che coinvolge ormai migliaia di persone, svolge un ruolo centrale nel panorama della giustizia, e il cui valore è riconosciuto sia dall’Amministrazione penitenziaria che dai singoli operatori impegnati a rendere vivibili e sicuri gli istituti penitenziari italiani.

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PRODOTTI DAL CARCERE

NATALE DI SOLIDARIETA’

8 – 16 DICEMBRE 2012

EVENTO PROMOSSO

da

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

DIPARTIMENTO DELL’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA

 

Vi invitiamo a visitare il mercatino di Natale e il Museo Criminologico per un Natale all’insegna della solidarietà, della legalità, della cultura

 

VENDITA DI PRODOTTI REALIZZATI NELLE CARCERI ITALIANE

MUSEO CRIMINOLOGICO

Roma, via del Gonfalone 29 (Via Giulia)

 

Apertura al pubblico dalle 10.00 alle 19.00

sabato e domenica dalle 10.00 alle 22.00

 

Presentazione dell’evento e degustazioni

7 dicembre alle 13,30

 

Panettoni, biscotti, caffè, vino, miele, olio, magliette, borse, cosmetici… dalle carceri italiane

I prodotti realizzati in carcere sono anche acquistabili on line sul sito www.giustizia.it

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L'agente Francesca Martelli, originaria di Firenze, addetta all'ufficio matricola, si dice contenta del proprio lavoro, anche se, rileva, "molte sono ancora le resistenze verso chi opera in carcere. Anche tra i miei stessi conoscenti trovo ancora molte remore, nonostante da qualche anno, grazie alle traduzioni e ai piantonamenti, siamo un po' più presenti all'esterno". "Per migliorare il proprio lavoro bisognerebbe assicurarsi una formazione più specifica", dice convinto l'agente Emiliano Antonellis, che lavora all'interno dei reparti, e propone "di lasciare aperte le porte delle celle in quelle sezioni in cui i detenuti sono quasi tutti lavoranti. Questo eviterebbe un inutile spreco di tempo, che potrebbe essere dedicato ad altre mansioni". "Sono contraria a far rimanere i bambini all'interno dell'istituto, afferma l'assistente Amalia Scarci, originaria dell'Abruzzo e da 11 anni a Sollicciano. Sarebbe molto utile, aggiunge, creare degli istituti nei quali tenere le detenute assieme ai loro bambini, evitando la coabitazione, come a volte avviene, con tossicodipendenti o extracomunitari". "Il detenuto innanzitutto è una persona che ha problemi, dichiara l'agente Guido Sciarappa, originario di Foggia e da 5 anni a Firenze, e sono persone non semplici da gestire. Noi agenti che siamo in prima linea siamo a contatto soprattutto con la loro parte negativa e per questo siamo più esposti. Il nostro lavoro, molto impegnativo, ci costringe ad un'attenzione costante per intervenire lì dove si manifestano emergenze, che possono a volte essere anche molto gravi".
    

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Presentati a Rebibbia gli atleti che rappresenteranno le Fiamme Azzurre e l’Italia ai Giochi Olimpici di Londra.

Lo scenario è insolito per la presentazione di una squadra sportiva, ma l’accoglienza per le Fiamme Azzurre nel teatro del carcere romano di Rebibbia è stata calorosa e suggestiva in occasione della presentazione, lo scorso 5 giugno, degli atleti che parteciperanno ai Giochi Olimpici di Londra. Ad onorare e salutare la delegazione olimpica del Gruppo Sportivo della Polizia Penitenziaria, il Ministro della Giustizia e il Vice Capo Vicario oltre al Capo del Dipartimento. “Lo sport – ha detto Paola Severino – può aiutare a rialzarsi! Di purezza, uno dei valori fondamentali della pratica sportiva, e di legalità abbiamo bisogno. I recenti episodi negativi che hanno colpito alcuni ambienti sportivi non ci devono far distogliere l’attenzione da questi due valori che sono insiti nello spirito di servizio del Corpo di Polizia Penitenziaria e quindi anche negli atleti delle Fiamme Azzurre”. Erano presenti alla cerimonia anche figure di spicco del mondo dello sport tra cui il presidente del Coni, Gianni Petrucci e Luca Pancalli vicepresidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (Coni), presidente del Comitato Italiano Paralimpico (Cip) nonché Segretario Generale del Comitato Paralimpico Europeo (Epc).

“È stato scelto questo luogo – ha spiegato il Capo del Dap, Giovanni Tamburino – per sottolineare il forte legame che le Fiamme Azzurre hanno con la Polizia Penitenziaria di cui sono l’espressione sportiva e di cui portano con fierezza i colori in tutto il mondo”. Il penitenziario di Rebibbia, per l’occasione, è stato il simbolo delle sedi operative del Corpo in rappresentanza dello spirito di servizio di tutti gli agenti e degli atleti che servono il Paese attraverso la pratica sportiva.

La presenza di Pancalli è servita a sottolineare l’importanza della presenza delle Fiamme Azzurre nelle specialità sportive paralimpiche. Quello della Polizia Penitenziaria è stato il primo Gruppo Sportivo – espressione delle Forze Armate e dei Corpi di Polizia ad ordinamento civile e militare – a introdurre nel proprio organico atleti disabili, con il protocollo d’intesa del 12 luglio 2007. Inoltre, per impulso dell’Amministrazione Penitenziaria, è stata regolamentata per la prima volta la procedura di un apposito reclutamento riservato agli atleti per meriti sportivi grazie al D.P.R. del 30 aprile 2002, numero 132.

Quella di Londra sarà la settima Olimpiade che vedrà impegnati gli atleti del Gruppo Sportivo che – dalla sua istituzione nel 1983 e dal suo esordio nelle competizioni agonistiche nel 1985 – ha contribuito ad aggiungere numerosi allori al medagliere dell’Italia: nelle varie discipline sportive sono 60 le medaglie conquistate dalle Fiamme Azzurri nel corso di Campionati Mondiali di cui 22 ori, 16 argenti e 22 bronzi; sono 80, invece, i podi ottenuti in occasione di Campionati Europei di cui 27 ori, 23 argenti e 30 bronzi. Altre 33 medaglie sono arrivate dalle manifestazioni internazionali giovanili come Mondiali ed Europei Juniores o Under 23; 13 podi nei Campionati Mondiali Universitari e 45 – 14 ori, 13 argenti e 18 bronzi – nel corso dei Giochi del Mediterraneo.

Nelle competizioni olimpiche, invece, dall’edizione di Seul del 1988 ad oggi, gli atleti delle Fiamme Azzurre che hanno partecipato ai Giochi sono stati 60. Il primo podio olimpico è arrivato a Barcellona nel 1992 grazie al pentatleta Roberto Bomprezzi che vinse il bronzo nella prova a squadre. Nelle edizioni successive si sono aggiunte le tre medaglie di Giovanni Pellielo nel tiro a volo. Unico tiratore a vincere una medaglia in tre edizioni consecutive, ha aggiunto al palmarès dell’Italia e della Polizia Penitenziaria un bronzo a Sydney 2000, un argento ad Atene 2004 e uno a Pechino 2008. Sempre nell’edizione cinese dei Giochi, un altro bronzo è stato vinto dalla ciclista Tatiana Guderzo nella prova su strada in linea.

È avvenuto all’edizione di Torino, nel 2006, il debutto nei Giochi Olimpici invernali con il bobbista Omar Sacco e la pattinatrice Carolina Kostner che in quell’occasione è stata anche portabandiera della delegazione azzurra.

Inoltre il palmarès delle competizioni mondiali ed europee si è arricchito, negli anni, di 15 medaglie vinte dagli atleti paralimpici. Ai Giochi di Pechino il ciclista Fabio Triboli ha ottenuto un oro e due bonzi, mentre alle Olimpiadi invernali di Vancouver, nel 2010, gli sciatori ipovedenti Gianmaria Dal Maistro e Tommaso Balasso hanno vinto due medaglie d’argento e quattro di bronzo.

In un quarto di secolo le Fiamme Azzurre hanno contribuito a diffondere la cultura dello sport, della legalità e della sicurezza. Attraverso le 20 sezioni del Gruppo Sportivo, gli atleti/poliziotti hanno portato nel mondo i valori insiti nel Corpo di Polizia Penitenziaria, quei sentimenti, insiti nel DNA di chi sceglie di lavorare nell’Amministrazione Penitenziaria, di supporto a chi soffre e vicinanza a chi ha sbagliato. Anche per questo – oltre ai tanti meriti sportivi che rendono le Fiamme Azzurre una delle squadre più forti in ambito nazionale – sono stati premiati con una penna, interamente costruita di materiale riciclato e fabbricata dai detenuti all’interno delle carceri del Paese. Un Paese che quotidianamente il Gruppo Sportivo contribuisce a servire con abnegazione, sacrificio e dedizione attraverso lo sport.

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Parlano Patrizia Fucci, capo Area trattamentale e l’insegnante Giustina Mazza
    
«Siamo solo tre educatori e dobbiamo occuparci di una popolazione detenuta di circa 450 persone». Mette subito il dito sulla piaga il capo Area trattamentale Patrizia Fucci, in istituto dal 1982. Una grande mole di lavoro per far fronte alla quale gli educatori si sono dovuti organizzare. «Io – spiega Patrizia Fucci - oltre a ricoprire il ruolo di capo area, continuo a fare anche l’educatore, anche se per un numero inferiore di detenuti rispetto alle mie colleghe. Purtroppo molto del nostro tempo è utilizzato per far fronte alle incombenze burocratiche. Se a questo aggiungiamo che il primo dovere di un educatore, che corrisponde al primo diritto del detenuto, è quello di ascoltare, si può capire quali siano le difficoltà che dobbiamo superare. Fortunatamente siamo aiutati dalla buona intesa con il personale di Polizia Penitenziaria, con quello sanitario e quello esterno. Quest’anno, ad esempio, abbiamo partecipato alla settimana scientifica che si è svolta in tutta Italia, con lavori realizzati dai detenuti, che hanno studiato e approfondito i monumenti beneventani e le tradizioni culinarie locali. Una manifestazione che ha avuto molto successo e di cui sono soddisfatta, perché tutto il personale ha partecipato e si è prodigato in maniera veramente sensibile. Queste soddisfazioni ci danno la forza per affrontare le difficoltà quotidiane».

L’insegnante dell’istituto alberghiero “Le Streghe”, la dottoressa Giustina Mazza, insegna in istituto da quattro anni Scienza degli alimenti, e ricopre anche il ruolo di coordinatrice di questa sezione all’interno della Casa circondariale: «Quando quattro anni fa si è pensato di realizzare nel carcere una sezione distaccata della scuola che si occupasse di scienza dell’alimentazione, inizialmente c’è stato un po’ di smarrimento. Ma la mia curiosità mi ha fatto andare avanti in questo progetto. E così ho sette ore di insegnamento presso la Casa circondariale oltre ad altre ore di insegnamento a scuola. La prima sensazione, quando sono entrata in istituto, è stata magica. A quell’epoca avevo un’idea del carcere completamente distorta. La prima cosa che mi ha sorpreso è stata quella di trovare delle persone che tengono alla loro salute e al loro aspetto, persone non solo curate nell’abbigliamento, ma anche corrette, educate, un’immagine che contraddiceva completamente l’idea che io avevo del carcere. Per quanto riguarda l’apprendimento, anche se il livello di base è molto basso, ho trovato tanta attenzione ai problemi di attualità. I detenuti sono molto informati, seguono la televisione e la stampa. Quando sono entrata, pensavo di organizzare le lezioni come si fa a scuola, mentre nel carcere si va a braccio, perché l’adulto pone continue domande, facendo saltare così gli schemi della lezione tradizionale. Sono loro a proporre a noi degli stimoli didattici diversi. Sono proprio contenta di questa esperienza. Abbiamo realizzato un laboratorio di cucina, con tutte le attrezzature necessarie. Ho notato un grande interesse per le materie professionali in particolare per gli aspetti pratici. È un’esperienza veramente gratificante che mi arricchisce ogni giorno di più».
    

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Dal Piemonte alla Sicilia sono oltre 60 i penitenziari italiani che vantano produzioni culinarie di alto livello

di Roberto Nicastro

Ha superato i confini del carcere la storia di un giovane recluso nel minorile di Nisida che ha rinunciato agli arresti domiciliari pur di portare a termine il corso di pizzaiolo organizzato dal gruppo Fratelli la Bufala per otto ragazzi del penitenziario.

Adesso per lui, dopo la conclusione dell’iniziativa “Finché c’è pizza c’è speranza” promossa dall’associazione partenopea Scugnizzi, è pronto un contratto come pizziaiolo finalizzato all’assunzione presso uno dei ristoranti della grande catena di ristorazione.

Il caso di Nisida è la spia di un fermento interno agli istituti penitenziari italiani che negli ultimi anni è cresciuto trasformando la cucina in carcere, da semplice intermezzo alla vita detentiva, in un processo di formazione professionale di altissimo valore. Attualmente sono 60 i penitenziari italiani che vantano al loro interno produzioni culinarie di alto livello capaci di riscuotere anche l’attenzione del pubblico e delle aziende esterne. Secondo una recente rielaborazione del Gambero Rosso su dati Aiab i reclusi impegnati nel food&wine sarebbero circa 400 ai quali vanno aggiunti i 220 delle colonie agricole dalla Sardegna all’isola di Gorgona, che rappresentano il 4,4% della popolazione carceraria che lavora.

Ma l’accento del Gambero Rosso non si è posato solo sulla quantità dei provetti chef, ma anche sulla qualità delle creazioni prodotte, che vanno dalle cene in carcere a generi alimentari di ogni tipo. Il risultato è la partecipazione di tantissimi soggetti esterni come le aziende agricole, le Onlus, e le cooperative, ma quello che più conta è il recupero intrapreso dai detenuti sulla strada dell’eccellenza.

E così, come accaduto a Nisida, anche per le detenute della casa circondariale di Pozzuoli è stato organizzato un corso tenuto da maestri pizzaioli napoletani come Enzo Coccia, Attilio Bachetti e Gino Sorbillo. I risultati del corso, che ha coinvolto 12 detenute, sono stati presentati il 15 giugno scorso dalla direttrice di Pozzuoli Stella Scialpi che ha sottolineato anche il supporto alla realizzazione del corso delle aziende sponsor che hanno fornito le materie prime necessarie. Tra queste la Stefano Ferrara per il forno, Antico Molino di Napoli per la farina, Danicoop di Sarno per i pomodori, Consorzio della Mozzarella di bufala campana Dop per la mozzarella, Ipack & Trade di Napoli per i contenuti per la pizza e infine l’acqua minerale Ferrarelle.

E così, come le tipicità culturali di ogni regione si riflettono nelle sue prelibatezze culinarie, anche il carcere diviene riflesso e punto di partenza per un’arte della cucina che affonda nella terra che la ospita. È il caso dei prodotti “Dolci evasioni” realizzati nella casa circondariale di Siracusa. All’interno dell’istituto è stato avviato un laboratorio dolciario nell’ambito di una zona agricola che si trova a sei chilometri dalla città.

Il laboratorio è dotato di attrezzature moderne, nel rispetto delle normative sanitarie e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, capaci di coniugare la più avanzata tecnologia alimentare con i metodi di produzione artigianale. Il frutto di questo lavoro portato avanti dai detenuti di Siracusa sono i dolci tipici siciliani, quindi paste di mandorla, amaretti, il preparato per il latte di mandorla, tutti certificati da agricoltura biologica.

L’iniziativa è stata avviata nel 2005 dalla cooperativa sociale Arcolaio che ha registrato il marchio, realizzato un progetto grafico per il confezionamento e avviato la produzione con il supporto dell’Amministrazione Penitenziaria.

Il progetto è poi cresciuto negli anni riscuotendo sempre maggiore successo anche all’esterno dell’Istituto fino ad oggi con una produzione media di 50 kg di dolci al giorno e l’impiego a tempo pieno di 4 detenuti. L’obiettivo – dicono dalla cooperativa – è triplicare questi numeri continuando a percorrere la strada della qualità. I detenuti acquisiscono infatti la professionalità lavorando sotto la direzione di un maestro pasticcere che li prepara a replicare le prelibatezze della cucina siciliana.

Ma oltre a chi la cucina la fa, c’è anche chi la consuma, come accade nel caso delle “Cene Galeotte”, l’iniziativa realizzata all’interno della casa di reclusione di Volterra e che quest’anno è andata avanti dal 18 novembre 2011 fino al 22 giugno scorso. Nell’insieme si tratta di otto cene d’autore realizzate con cadenza mensile che vedono in media ogni anno la partecipazione di circa 900 persone provenienti dal mondo esterno al carcere.

L’evento, oltre alle finalità rieducativi per i detenuti coinvolti, ha un obiettivo benefico perché il ricavato di questa edizione è stato integralmente devoluto alla campagna internazionale “Il Cuore si scioglie” (www.ilcuoresiscioglie.it) che dal 2000 vede impegnata Unicoop Firenze insieme al mondo del volontariato laico e cattolico nella realizzazione di progetti umanitari.

L’’iniziativa, giunta alla sesta edizione, mette insieme detenuti e grandi chef. I primi chiamati a vivere un’esperienza formativa che per nove di loro si è tramutata in un vero e proprio impiego lavorativo; i secondi impegnati a dare ulteriore valore e lustro alle cene organizzate all’interno della suggestiva fortezza medicea. A conferma del livello elevatissimo della manifestazione, anche nell’edizione 2011-2012 hanno partecipato alcuni chef pluri-titolati come Igles Corelli, che ha recentemente aperto in Toscana il ristorante Atman, accompagnati da chef emergenti di grande talento come Daniele Pescatore del Cenacolo del Pescatore di Firenze.

Totalmente differente dal caso Volterra, ma divenuto ugualmente un esempio significativo di produzione carceraria è il laboratorio “Pausa Cafè” all’interno della casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. Nel carcere, in un locale di circa 200 metri quadrati, è stato allestito il reparto di torrefazione, stoccaggio e confezionamento del caffé. In seguito, grazie a una concessione di spazi contigui da parte della direzione della casa circondariale, è stato possibile anche aprire un nuovo laboratorio, stavolta per la lavorazione del cacao. Il tutto è realizzato grazie alla collaborazione stretta tra l’istituto e la cooperativa sociale “Pausa Cafè” che offre ai detenuti di Lorusso e Cotugno e della casa circondariale Rodolfo Moranti di Saluzzo un percorso di reinserimento sociale e lavorativo. La finalità iniziale, che è stata poi tradotta in pratica, era quella di unire la formazione e il lavoro dei detenuti alla produzione di prodotti che rispondano a requisiti di eccellenza qualitativa organolettica, sociale e ambientale, in stretta collaborazione con i mercati di origine, dal Messico, al Costa Rica, fino al Guatemala.

I detenuti sono regolarmente assunti dalla cooperativa e impegnati in tutte le fasi della lavorazione, sono affiancati da personale qualificato in grado di assicurare un percorso formativo e di avviamento al lavoro. Anche in questo caso, hanno preso parte all’iniziativa torrefattori di qualità come Andrea Trinci e Roberto Messineo e maestri cioccolatieri come Guido Gobino e Guido Castagna.

Ma questo non è tutto, perché insieme agli amanti del cibo, ci sono anche gli appassionati del buon vino, un altro fronte particolarmente ricco di esperienza dove, solo per fare qualche esempio, il “Valelapena”, vino rosso prodotto nella casa circondariale di G. Montalto ad Alba (Cuneo) deve fare i conti con i vini che escono dal carcere di Velletri. In questo istituto una cooperativa di detenuti produce tre etichette con nomi del tutto particolari: “Quarto di luna”, “Le sette mandate”, “Fuggiasco”.

I vini di Velletri sono finiti anche sugli scaffali delle Coop italiane, la produzione annua è arrivata a superare le 25mila bottiglie e hanno ottenuto ottimi giudizi anche da alcuni dei maggiori esperti di enologia.

Le loro storie si sommano e si intrecciano con tutte le altre che concorrono insieme a comporre il variegato mosaico della cucina in carcere, partendo dall’aglio rosso di Sulmona, passando per lo zafferano di San Gimignano, le uova di quaglia di Milano Opera o il caffè Lazzarelle di Pozzuoli.

Qualcuno le chiama esperienze, anche se per i detenuti sono esperimenti ambiziosi intrapresi nella speranza di trovare una strada inedita per cambiare vita, magari tornando a riscoprire il gusto genuino delle cose.

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A colloquio con l’Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Ferrara, Paola Castagnotto
    
Raggiungiamo, presso gli uffici del Comune di Ferrara, la dottoressa Paola Castagnotto, Assessore alle Politiche Sociali, che ci rilascia la seguente dichiarazione: «Da qualche anno è attivo un Comitato carcere, un’esperienza precedente, poi ulteriormente formalizzata con il protocollo del ministero della Giustizia e la Regione Emilia Romagna. Una rete in cui ci sono presenze istituzionali, il carcere, per il quale partecipa il direttore o i suoi educatori, il mondo scolastico, i servizi sociali, il Ser.T. A Ferrara abbiamo, fra l’altro, la cooperativa A.R.O., che in più occasioni si è occupata di manutenzione e di verde, ed ha offerto a molti detenuti l’opportunità di impegnarsi. Noi, come in tutte le città che sono sede di carceri, siamo oggetto di alcuni finanziamenti mirati. Da quest’anno rientrano nel fondo sociale complessivo. Noi li abbiamo sempre utilizzati, sia per gli inserimenti lavorativi, sia per la mediazione culturale, uno strumento efficace e necessario per gli extracomunitari. La nostra Regione offre giustamente questo sostegno alla qualità della vita dei detenuti. Basti un esempio. Ferrara ha uno dei palii più antichi d’Italia. La contrada San Giacomo, che è la stessa contrada dove ha sede la Casa circondariale, ha chiesto di entrare nel comitato carcere, per offrire collaborazione ai detenuti nell’organizzazione della manifestazione. C’è inoltre l’idea di riprendere il percorso teatrale, già sperimentato in passato. Adesso nella nostra programmazione c’è un teatro di professionisti, che si chiama “Teatro Nucleo”, che ha dato vita a un progetto triennale. Grazie ai comitati le istituzioni, l’ambiente e il carcere e i soggetti che fanno cultura o socialità sul territorio lavorano costruttivamente insieme. Per quanto riguarda, poi, l’accesso ai regolamenti di residenzialità pubblica, noi abbiamo tolto una serie di misure che potevano essere penalizzanti, perché limitavano il diritto di chi doveva scontare un periodo di detenzione superiore a sei mesi. Anche a Ferrara, nonostante circa 4000 appartamenti di edilizia residenziale, comincia a presentarsi il problema della casa. Stiamo cominciando a pensare anche a un’agenzia per la casa, abbiamo già una bozza di regolamento, che si impegni non proprio nell’assistenza pura, ma a favore di quelle fasce che non ce la farebbero mai da sole ad affrontare l’impatto col mercato. Quante volte il direttore Cacciola mi ha ricordato che in carcere i poverissimi sono tanti! Certamente non in grado di sostenere il rientro nel contesto civile con le pochissime risorse di cui dispongono e con grave rischio di ricaduta».
    

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