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Diario di un’esperienza multiprofessionale per affidati in prova al servizio sociale effettuata di Laura Claps (esperto ex art. 80 e psicologa Mare Aperto) con il supporto degli assistenti sociali UEPE di Potenza e Matera
di Laura Claps

MARE APERTO, ovvero: “Migliorare le Attività di REinserimento degli Affidati PER Trasmettere Opportunità”.

Questo il titolo del progetto realizzato negli anni 2010 e 2011 presso gli UEPE di tutta Italia con l’intento di rinforzare il potenziale operativo degli Uffici locali, finalizzandone più direttamente

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Il carcere femminile della provincia afgana è stato realizzato dal Provincial Reconstruction Team italiano
di Luca Manzi

Alcune storie non si dimenticano. Come quella di Sabar, 28 anni, che racconta di essersi ubriacata una sera durante una festa a casa sua e di essere stata condannata a due anni di

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L’Istituto Nazionale per le Sperimentazioni e il Perfezionamento al Tiro è un’eccellenza del Paese riconosciuta anche in ambito internazionale
di Silvia Baldassarre

Formare un Corpo altamente specializzato, come quello della Polizia Penitenziaria, significa non solo fornire competenze in materia giuridica e operativa, ma anche favorire l’acquisizione di abilità particolari nell’utilizzo delle armi, siano esse d’ordinanza o assegnate ad un particolare

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Intervista al direttore di “Panorama” Giorgio Mulè sui temi dell’attualità giudiziaria e sul ruolo dei media nel raccontare il mondo del carcere
di Daniele Autieri

Fare il giornalista in Sicilia significa intrecciare i chiaroscuri della cronaca con le grandi inchieste sulla mafia. Un’opera complessa in cui il carcere diviene necessariamente interlocutore

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Sono quasi 25mila i detenuti stranieri nelle carceri italiane, oltre il 30% del totale
di Roberto Nicastro

I detenuti stranieri,

LE NAZIONALITà PIù RAPPRESENTATE AL 29 FEBBRAIO 2012

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Monsignor Giorgio Caniato, dopo 14 anni, ha lasciato il posto di Ispettore generale dei cappellani penitenziari
a cura della Redazione

Dopo 56 anni trascorsi nei penitenziari italiani, come Cappellano prima e come Ispettore generale poi, monsignor Giorgio Caniato ha lasciato il suo posto alla veneranda età di 83 anni.

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Intervista a Carolina Kostner, vincitrice della Medaglia d’Oro ai Mondiali di Nizza
di Raul Leoni

L’emozione e l’orgoglio di aver raggiunto un traguardo mai ottenuto prima da un pattinatore italiano: basta questo a qualificare come storico il titolo mondiale di Carolina Kostner a Nizza, un grande risultato per l’atleta, per l’Italia e per le Fiamme Azzurre. E l’appagante consapevolezza

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Nel corso della storia repubblicana sono stati più di 30 i provvedimenti di indulto e oltre mille concessioni di grazia
di Daniele Autieri

Il sovraffollamento carcerario, le difficili condizioni di vita dei detenuti, gli esuberi consistenti registrati in quasi tutti i penitenziari italiani rispetto alle capacità di contenimento, oltre a un organico sottodimensionato di agenti della Polizia Penitenziaria, sono tutti fattori che hanno

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 Intervista al Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Tamburino
di Daniele Autieri

Incontriamo Giovanni Tamburino nelle sale del Museo Criminologico, a Roma, in via del Gonfalone, alle spalle del Tevere. Dopo circa un mese dalla sua nomina, il nuovo Capo dell’Amministrazione Penitenziaria si presta a un lungo colloquio a tutto campo, che va dalle sfide che attendono il mondo del carcere, ai progetti futuri, alla filosofia che deve ispirare la detenzione, ai difficili compiti della Polizia Penitenziaria in questa fase emergenziale. Prima di entrare nel vivo dell’intervista c’è il tempo per parlare della rivista, “Le Due Città”, giunta al suo 13° anno di età.  “Al principio – racconta Giovanni Tamburino – quando abbiamo ideato la rivista, credevamo che fosse un’iniziativa persino troppo ambiziosa e invece, dopo 13 anni, vediamo con soddisfazione che è diventata un riferimento unico. Adesso possiamo dire che in Italia non c’è nulla che possa essere equiparabile a “Le Due Città” nel panorama dell’informazione sulla realtà del carcere e se guardiamo all’esito di questi 13 anni vedremo che centinaia di istituti sono stati avvicinati e hanno potuto dare una loro fotografia non soltanto all’Amministrazione, ma anche alla società esterna. Possiamo senz’altro riconoscere che la rivista ha reso e rende tuttora un servizio che insieme agli altri fa parte a pieno titolo dei servizi dell’Amministrazione Penitenziaria nei confronti del Paese”.

Presidente facciamo un punto sul suo programma e quali sono a suo avviso gli interventi urgenti da mettere in campo a breve termine.

“In primo luogo permane questo scarto drammatico tra la popolazione detenuta e le strutture destinate ad accoglierla, quello che si chiama “inflazione carceraria” o sovraffollamento. Si tratta di uno scarto intollerabile rispetto al quale viviamo un momento di emergenza che non consente dilazioni perché ci sono condizioni che urtano contro i diritti minimi della persona, diritti che valgono anche per il detenuto”.

Da poco è stata approvata in Parlamento la cosiddetta riforma “salva carceri”. Possiamo provare a fare un’analisi su quali saranno i suoi effetti sul sovraffollamento penitenziario?

“Sì, possiamo fare un’analisi abbastanza precisa perché la riforma estende a 18 mesi una provvidenza – la detenzione domiciliare - che era prevista per una durata fino a 12 mesi nella legge 199 del 2010. In sostanza è come se quella stessa legge fosse stata aumentata della metà. La legge 199 entrata in vigore nel dicembre 2010 ha determinato dopo un anno la scarcerazione di 4.200 detenuti e il mancato ingresso in carcere di circa 1.400 persone. In totale gli effetti sono stati pari a circa 5.600 persone in meno in carcere. Immaginiamo quale sarebbe la situazione senza quella legge, oggi non saremo a 66mila ma a 71/72mila persone detenute. E questo è un dato che si presta a poche interpretazioni. Quindi possiamo immaginare che con l’ampliamento frutto del decreto legge 211 del 22 dicembre scorso e della legge n. 9 di quest’anno che ha convertito il decreto, dovremo avere circa una metà in più di persone che o non entrano o escono dai penitenziari: dunque circa altre 3mila persone. Un effetto che alla fine dell’anno potrebbe portare il numero dei detenuti intorno alle 63mila unità.

Inoltre, sempre la stessa legge è intervenuta sul fenomeno delle cosiddette “porte girevoli”. Questo provvedimento è un po’ più difficile da spiegare. Diciamo che in un anno le persone implicate nel fenomeno sono circa 20mila, che entrano in carcere per periodi brevissimi (2 o 3 giorni), ma ciò non significa che se vengono fatti rimanere nelle camere di sicurezza dei commissariati o delle stazioni dei carabinieri avremo una riduzione di 20mila detenuti. Perché questi 20mila, restando in carcere solo 2 o 3 giorni, pesano poco sulle statistiche annuali della popolazione carceraria e quindi la riduzione sarà più modesta di quello che si pensa.

Comunque anche questo produrrà e sta già producendo un qualche effetto di riduzione della popolazione complessiva. Analizzando i dati storici, il picco massimo si è raggiunto con una presenza poco inferiore ai 69mila detenuti nell’estate 2010; da allora c’è stata una lenta diminuzione che prosegue quasi senza interruzione e questo è molto indicativo, cosicché oggi siamo arrivati a 66.600 detenuti. Settimanalmente il numero diminuisce. Una cosa minima, ma pur sempre una tendenza che, se durerà per un anno, comporta mille persone in meno nelle carceri. L’altro elemento da sottolineare è che finora questi interventi non hanno prodotto i contraccolpi negativi che aveva prodotto l’indulto del 2006. L’indulto del 2006 ha svuotato effettivamente le carceri (siamo passati da circa 61.200 a circa 39mila detenuti), ma solo per pochissimo tempo perché l’effetto successivo è stato un ritorno in massa dei detenuti, in condizioni anche peggiori di prima. Invece le misure più recenti hanno dato prova positiva senza episodi tali da allarmare l’esigenza, giustissima e sacrosanta, di sicurezza.

Sicurezza significa libertà dalla paura. Dobbiamo sempre tenere presente che il crimine è qualche cosa che lede la libertà dalla paura che è una delle grandi libertà dell’uomo”.

Sappiamo che per approvare misure di alleggerimento del sistema penitenziario ci si deve scontrare con il leso senso di sicurezza dell’opinione pubblica. Si tratta quindi prima di tutto di una battaglia culturale?

“Rispetto a questo si deve fare una distinzione. Se il problema è di avere posti in carcere, è chiaro che lo si risolve semplicemente costruendo posti di carcere. In realtà il problema è più complesso perché occorre chiedersi anche quando il carcere sia necessario. La situazione di insufficienza delle strutture penitenziarie induce a porsi la domanda. Se avessimo tanti posti carcere da non avere il problema del sovraffollamento forse non ci porremmo la domanda se il carcere è davvero necessario in tutti i casi in cui si applica. Vi sono dunque due aspetti diversi che vanno considerati. Dal punto di vista della civiltà di un Paese è chiaro che non si possono accettare condizioni carcerarie invivibili che abbrutiscono il detenuto, dal punto di vista di una riflessione culturale il sovraffollamento non dice nulla, perchè il problema della necessità del carcere resta tale e quale, anche se non ci fosse il sovraffollamento”.

In un’intervista rilasciata al quotidiano “La Repubblica” lei ha parlato di “carcere leggero”. Quel concetto è in parte legato con quanto appena detto?

“Solo in parte. L’idea del carcere leggero è più collegata all’idea delle “due città”, cioè al fatto che da almeno 40 anni (da quando sono entrato in contatto con il carcere), mi chiedo quanto l’artificialità della vita carceraria giovi alla creazione di un cittadino capace di vivere fuori. La artificialità del mondo carcerario può essere necessaria alla disciplina interna e alla sicurezza, però potrebbe non essere utile rispetto alle esigenze della società esterna. Rispetto a queste esigenze, che alla fine sono le più importanti, è più utile che l’individuo riesca ad assumere talune responsabilità perché all’esterno dovrà assumerle: quando si troverà ad essere solo e ad incontrare molte difficoltà. Rispetto a questo, un carcere in cui si abitui la persona a un rapporto con se stesso e con gli altri (gli altri detenuti e chi rappresenta l’autorità in carcere sotto la cifra della responsabilità) è estremamente utile per il recupero della persona. Più ancora della mera disciplina intesa come sudditanza o adesione passiva alle regole.

Questo potrebbe essere il modello di “un’altra città”, in cui ci sono persone che come cittadini si assumono responsabilità e si preparano a ritornare nella città di provenienza”.

Il tema dei suicidi è molto critico e, sebbene il loro numero non sia esploso, mantiene ormai da anni un trend constante. Che tipo di correlazione c’è con la vita in carcere e cosa si può fare per alzare un argine contro questo fenomeno?

“Quella di cui abbiamo appena parlato è la prospettiva della costruzione di uno spazio in cui il direttore del carcere sia per così dire il sindaco e la Polizia Penitenziaria sia la polizia di un quartiere cittadino. È una sfida, un nuovo modo di vedere il carcere comprensivo di una assunzione di responsabilità da parte del detenuto. Sappiamo bene che questo non è possibile nei confronti di tutti i detenuti, ma solo di una parte di essi. Però un’Amministrazione saggia è in grado di identificare questa parte e farla crescere.

Il fenomeno del suicidio è diverso, perché si collega a scelte individuali di carattere radicale: il rifiuto alla vita e alla speranza. Questa scelta per le sue caratteristiche non è correlabile a elementi causali, perché reca dentro di sé qualcosa di inspiegabile e oscuro. La riprova è che non c’è nessuna correlazione tra le condizioni di difficoltà della vita e la percentuale di suicidi. È cosa nota che talora in paesi dove le condizioni di vita sono estremamente difficili, il tasso di suicidi è bassissimo. Lo stesso accadeva nell’Italia del Dopoguerra rispetto all’Italia di oggi. Seconda osservazione: è vero che nelle carceri c’è un numero più elevato di suicidi che fuori, però è anche corretto ricordare che la popolazione carceraria è una popolazione fortemente selezionata in negativo. È come se chiedessimo qual è il tasso di mortalità in un reparto ospedaliero rispetto alla popolazione esterna. È un raffronto che non ha alcun senso. Nel carcere ci sono purtroppo una serie di elementi di selezione in negativo e da molti punti di vista c’è un fallimento dell’individuo di carattere sociale. Il reato implica una scelta morale, un “no” di carattere etico. Chi commette queste azioni si pone al di fuori di questa scelta etica, quindi può vivere un conflitto interno a volte molto forte. Inoltre chi è in carcere spesso è fallito anche come delinquente, perché si è fatto prendere. Quindi, potrebbe sentirsi fallito anche rispetto all’ottica criminale. Poi ci sono tanti altri fattori più ovvi come il distacco dalla famiglia, lo sradicamento, l’essere abbandonato, la solitudine, la frattura rispetto al mondo esterno”.

Lei ha indicato la “trasparenza” del sistema come un valore. Come fare in modo che la trasparenza del mondo penitenziario raggiunga livelli ancora più elevati di quelli odierni?

«Si è fatto molto in Italia in direzione dell’apertura all’esterno. Da questo punto di vista la trasparenza del carcere italiano ha raggiunto livelli elevatissimi. Per la mia esperienza internazionale, sul piano della trasparenza è riconosciuto all’Italia un primato. Una delle ragioni è che nel nostro mondo penitenziario c’è un’espressione notevole del volontariato, cosa che non si ripete ovunque. In Francia esistono organizzazioni di volontariato di straordinaria importanza, alcune secolari. Però il fenomeno non è ampio come in Italia che ha una presenza di volontari rispetto ai detenuti che è, credo, la più alta al mondo. Da ultimo non dimentichiamo lo splendido “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, che, pur essendo un’opera cinematografica, è stato girato totalmente dentro un carcere e con attori-detenuti. Anche questo credo sia un unicum mondiale e l’ennesima dimostrazione di apertura”.

Il ministro Paola Severino ha indicato alcune realtà penitenziarie, tra le quali Poggioreale, come particolarmente critiche. C’è una mappa delle criticità a livello di istituti, un piccolo gruppo che ha raggiunto livelli di guardia?

“Ci sono alcuni istituti che hanno caratteristiche particolarmente complesse e presentano difficoltà peculiari, anche in relazione a determinati periodi. Ad esempio può accadere in determinati anni perché può essere legato banalmente al fatto che una parte di un istituto venga restaurata, un’evenienza che determina forti disagi. Specialmente nelle grandi città la risorsa carceraria è rigida ed è molto difficile che il numero dei detenuti scenda sotto un certo livello. Può bastare che una o due sezioni chiuda per determinare contraccolpi anche pesanti.

Poi ci sono casi come quello di Poggioreale in cui questa situazione è più cronica e durevole nel tempo ed è più difficile pensare a soluzioni. Tuttavia, una situazione simile, quella dell’Ucciardone a Palermo, è migliorata da quando è stato creato fuori città un grande e moderno istituto, il Pagliarelli”.

Sul fronte dell’edilizia penitenziaria come sta procedendo il piano di costruzione di nuove carceri e padiglioni?

“Il Commissario delegato, un prefetto che non appartiene all’Amministrazione penitenziaria, si occupa di questo argomento in raccordo con il Dipartimento. Stanno avanzando alcune realizzazioni, quindi non siamo nel piano dei progetti più o meno vaghi ma già nel piano della consegna di cose realizzate. E questo è avvenuto e sta avvenendo proprio in queste settimane con la consegna di due istituti in Sardegna e la riattivazione di reparti in altre località; uno di questi a Rieti rimasto chiuso da quasi cinque anni e che stiamo faticosamente riuscendo ad aprire, con un contributo di grande responsabilità del Personale e delle sue Rappresentanze sindacali. In questo modo faremo arrivare detenuti per sgravare la situazione di sovraffollamento di Regina Coeli e di Rebibbia. Tutto questo dimostra che la situazione si sta muovendo e mi auguro che si muova in fretta e soprattutto bene”.

Anche se con organici ridotti, la forza del sistema rimane negli Agenti di Polizia Penitenziaria che continuano a svolgere il loro lavoro in condizioni difficili. Cosa si sente di dire a loro in questa fase così importante e delicata?

“Il messaggio più bello lo ha pronunciato il ministro Severino quando ha detto di aver conosciuto “piccoli grandi eroi”. È un’espressione molto bella e adeguata a far capire il ruolo degli agenti penitenziari. Il loro è un lavoro difficilissimo e spesso ingrato, che in qualche modo richiede una capacità di sacrificio fuori dal comune. Il mio scopo fondamentale è questo: far sì che questo lavoro sia meno ingrato, più umano, più accettabile. Anche culturalmente più avanzato. L’obiettivo è che gli agenti siano anche operatori del rapporto umano, delle relazioni. Da un lato deve rimanere intatta una posizione di autorità e autorevolezza. Questa posizione va inserita in una relazione con la persona detenuta, che l’agente deve dirigere e orientare in un rapporto basato sul rispetto. Questo trattamento, ovviamente, non è praticabile per tutti i detenuti. Per una parte di loro la scelta di mettersi contro la legge, finché non viene meno, non può comportare altro che la valorizzazione del compito della custodia e della sicurezza per la tutela della società dalla minaccia rappresentata da chi è e vuole essere nemico della società. Ma avere una relazione di rispetto non significa in nessun modo un calo di attenzione di fronte a una serie di pericoli, e quindi la nuova professionalità non deve certo far diminuire la preoccupazione per la sicurezza. Le due cose debbono andare di pari passo e in effetti una relazione autorevole, di rispetto e di conoscenza umana del soggetto, va a rafforzare la sicurezza. So che non è facile, però è possibile. Dobbiamo tenere sempre in considerazione che stiamo affrontando un problema che non va oltre le forze dell’uomo. E questa è una convinzione fondamentale per andare avanti e fare bene il nostro lavoro”. ■

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