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made in carcereRedattore Sociale, 22 gennaio 2013 Il progetto è dell’imprenditrice Luciana Delle Donne, che ha lasciato un posto da top manager per dedicarsi al sociale. In cinque anni assunte oltre 100 donne recluse, alcune anche in regime di massima sicurezza. “Con noi riacquistano dignità”.


Una nuova vita per stoffe e tessuti, ma anche una seconda chance per chi ha sbagliato e sta scontando la sua pena in carcere. C’è la filosofia della “seconda opportunità“ alla base del marchio “Made in carcere-valori forzati”, nato nel 2007 dall’idea di Luciana delle Donne e che, in poco più di cinque anni, ha dato lavoro a oltre cento detenute. Un’impresa in attivo che si basa innanzitutto su una sfida: quella di Luciana. Affermata dirigente di azienda, la prima ad aver aperto in Italia una banca virtuale, un giorno ha scelto di lasciare tutto per dedicarsi al sociale. E, dopo diverse esperienze nelle scuole con i ragazzi immigrati, ha deciso di aprire un laboratorio sartoriale all’interno di un istituto di pena. “Più arrivi in alto alla piramide sociale e più sei lontano dalla gente per capire i reali bisogni delle persone. Proprio quando ero al top della mia carriera ho capito che quell’abito mi stava stretto - racconta Delle Donne - Ho sempre amato lavorare in gruppo, creare nuove sfide e fare da apripista. Così ho cominciato a fare volontariato finché non ho incontrato queste donne chiuse in carcere che avevano bisogno di aiuto”.
Il primo laboratorio di sartoria in carcere viene aperto nel 2007 ma l’impresa stenta a decollare, ironia della sorte, per “colpa” dell’indulto che fa uscire tutte le detenute, che aveva iniziato a collaborare al progetto. Così Luciana è costretta a ricominciare da capo e nel 2008 riparte con la sua iniziativa.
“Sono entrata in questo mondo da imprenditrice profana: non sapevo niente dei vantaggi per i finanziamenti in questo settore, ad esempio per l’ acquisto delle macchine da cucire. Ma soprattutto ho dovuto superare la diffidenza iniziale delle detenute - racconta - .Molte non credono in se stesse, pensano di essere incapaci o sono sfiduciate sulla vita. Ma una volta che riesci a dimostrargli che hanno torto imparano benissimo. E per loro diventa una sfida per la sopravvivenza: è un’attività che le coinvolge totalmente e permetto loro di non dover stare 20 ore in celle piccole e sovraffollate”.
Tra le sarte speciali di “Made in carcere” c’è chi come Lucia, italiana di 35 anni è reclusa da 4 anni, e ha una pena (non definitiva) di trenta. O chi come Elena, rumena di origine rom di 38 anni, che dovrà stare dentro tredici anni. O ancora chi è in regime di massima sicurezza, come Grazia, 35 anni, che ha ancora diciannove anni di carcere davanti a sé.
“Partecipando a questa impresa si sentono le donne più importanti del mondo - aggiunge Delle Donne - Percepiscono un regolare stipendio e possono così contribuire alle spese della famiglia che sta all’esterno e aspetta il loro ritorno. Anche solo poter pagare la festa di compleanno di uno dei figli le fa sentire fiere. Riacquisiscono la dignità davanti ai loro cari e sentono di insegnare ai figli qualcosa di dignitoso, che spezza la catena della ripetitività del danno. Inoltre imparano un mestiere che potranno sfruttare anche una volta fuori Imparano molto, ma spesso ci lasciano per la fine della pena: le vedo andar via come una mamma felice. Sono consapevole che per loro questa è anche una palestra di vita”.
Il progetto si svolge in due istituti di pena pugliesi, quelli di Trani e Lecce. I manufatti vengono realizzati con materiale di scarto, proveniente per la maggior parte da altre aziende tessili italiane. Nella loro seconda vita, però, i tessuti assumono uno stile del tutto particolare firmato dalla stessa imprenditrice. E così oltre alle tradizionali shopper di stoffa e borse per la spesa plastificate, nella collezione figura un’originale borsa/sciarpa che cambia forma a seconda dell’uso. Ma anche un portachiavi che nasconde una mini borsa e braccialetti colorati, testimonial del progetto.
“Abbiamo successo, non solo perché si tratta di un’iniziativa di inclusione sociale e dal basso impatto ambientale, ma anche perché i nostri prodotti sono belli, originali e di qualità - continua Delle Donne - . Non vogliamo che vengano acquistati per compassione, ma chi li sceglie deve farlo perché il prodotto piace e viene valutato come valido”.
Unico ostacolo all’impresa, che per ora va bene e continua a fatturare, è la burocrazia “la sola che merita veramente di andare in galera” secondo l’imprenditrice. “È quello che ci ammazza: abbiamo messo in moto una macchina che ha bisogno di carburante per camminare, ma le questioni burocratiche rallentano tutto. Ci manca il giusto sostegno. Per fare un’assunzione ci vuole un tempo infinito. È veramente un paradosso”.

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